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Quello che so su famiglia, matrimonio e infelicità l'ho imparato dalle serie tv

Gli sceneggiati degli ultimi tempi ci hanno insegnato che basta andare oltre le apparenze (cioè le trame) per scoprire che tutte le coppie si reggono su identiche architetture di simulazioni: i drammi che vediamo in tv sono solo un po’ più estremi di quelli della vita vera, per farci dire che poteva andare peggio

serie tv famiglia
Priscilla Du Preez / Unsplash.com

«Dovresti vedere la mia famiglia: non c’è uno di noi che non sia psicotico». «Tutte le famiglie sono psicotiche, Wade». Diciassette anni dopo, il dialogo che all’inizio del secolo stava nel romanzo di Douglas Coupland Tutte le famiglie sono psicotiche potrebbe venire utilizzato per un trattato di critica televisiva. Se c’è una cosa che gli sceneggiati degli ultimi anni ci hanno insegnato, è che tutti i matrimoni sono complicatissimi ma elementari, tutte le famiglie si odiano più della nostra, tutte le coppie si reggono su identiche architetture di simulazioni, tutti i romanzieri russi mentivano: le famiglie felici non somigliano a niente, se non all’inesistente. Certo, per essere telegenica all’infelicità dentro la televisione servono eventi più estremi di quelli che normalmente accadano nella nostra, di infelicità; ci serve guardarli e dire: poteva andarmi peggio. Ma non è detto che, sulla scala dell’infelicità televisiva, il padre che stupra il figlio produca più danni d’un normale mazzo di corna coniugali: ogni trauma casalingo è telegenico a modo suo.

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Patrick Melrose (su Sky Atlantic)
Courtesy photo

Quando iniziò a scrivere il primo dei cinque romanzi in cui ha cambiato alla sua disfunzionalissima famiglia pochi dettagli tra cui il nome, divenuto Melrose, Edward St. Aubyn prese da parte la madre per informarla di quel che stava per raccontare ai lettori: quando avevo 8 anni, papà ha cominciato a stuprarmi. Lei, personaggio da romanzo senza bisogno di lavorarci, rispose: uh, sapessi a me. Patrick Melrose si droga, ripensa alla sua infanzia, si droga, insulta il cadavere del padre, si droga, odia la madre, smette di drogarsi, si sposa, fa dei figli; ma mica può essere così semplice. Non sono più gli anni in cui le famiglie televisive erano quelle di Tre nipoti e un maggiordomo, e ogni trauma aveva il suo bravo lieto fine. Naturalmente i figli di Patrick Melrose racconteranno ai loro psicanalisti quanto da piccoli siano stati traumatizzati da mamma e papà che urlavano in salotto perché lui beveva troppo; ingrati com’è giusto che sia: ogni figlio pensa che i traumi inizino dalla sua generazione.

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The Affair (su Sky Atlantic)
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La lezione di The Affair ce la siamo completamente dimenticata quando, negli ultimi mesi, la cronaca ci ha chiesto di valutare versioni dei fatti incompatibili tra loro, eppure era una lezione importante: non esiste l’oggettività, quella scena che abbiamo vissuto insieme è due scene diverse, una mia e una tua. Anche adesso che Helen e Noah sono divorziati, e lo sono anche Noah e Alison, la donna per cui l’aveva lasciata, e la bambina sanno tutti che non è di Noah ma dell’ex marito, Cole, che però ha una nuova moglie, e Helen ha un nuovo compagno – anche adesso che il gioco degli incastri e delle versioni dovrebbe essere finito, non è così semplice. La serenità è un carattere recessivo, come gli occhi azzurri: quando in una famiglia allargata c’è anche un solo elemento determinato a complicarsi la vita, riuscirà a contagiare tutti. Che quella col talento della lagna sia Alison non c’è bisogno di precisarlo: abbiamo tutte avuto un’amica, una sorella, una cognata così, sempre bisognosa di qualcuno che la salvasse; se non l’abbiamo avuta, ci tocca sospettare d’esserlo noi.

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Ray Donovan (su Netflix)
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Lo schema è quello dei Soprano: povero disgraziato deve risolvere i guai di tutti, e neppure lo ringraziano. Tony Soprano era un personaggio magnifico e Ray Donovan molto meno (nonostante la notevole manzità di Liev Schreiber che lo interpreta), ma siamo sempre lì: la moglie rifiuta di curarsi il cancro, i fratelli si mettono in ogni tipo di guai, persino i collaboratori al lavoro piantano casini. In mezzo c’è il povero Ray che passa pure per anaffettivo, mentre salva un po’ tutti da loro stessi. Come nello schema-Soprano, il dettaglio interessante è che, in una storia in cui i legami familiari sembrano essere le fondamenta indiscutibili di tutto, in famiglia si cova anche l’odio più feroce: Tony passava intere stagioni a tentare di liberarsi prima della madre poi dello zio; Ray le passa a tentare di far fuori il padre.

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​La fantastica signora Maisel (su Amazon)
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Poi è arrivato il momento in cui la parte di Tony Soprano o di Ray Donovan è toccata alle donne: capifamiglia che risolvono i problemi di mogli che non hanno mai lavorato non ne producono più, son rimasti solo uomini fragili e donne cui tocca lavorare, risolvere i problemi, e avere pure la messa in piega fatta.

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The Crown (su Netflix)

Siccome quando vuoi dire l’indicibile – cioè che ormai alle donne tocca fingersi fragili e non far vedere che fanno tutto loro, sennò gli uomini si sentono svirilizzati – devi dirlo in costume, sia la signora Maisel sia la regina Elisabetta si muovono negli anni Cinquanta. E a entrambe, portando cappellini scomodi, tocca sbattere gli occhioni, fingere di chiedere consiglio a un uomo che ne sa meno di loro, sospirare: caro, come farei se non ci fossi tu.

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The Americans (su Fox)
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Gli autori hanno ripetuto per sei anni che quella delle due spie russe che operano a Washington in piena guerra fredda era una metafora del matrimonio (e uno studio di quel tipo di contratto: come gli si tiene fede quando per mestiere tradisci?), eppure non è mai stato così chiaro come in quest’ultima stagione in cui Philip si è ritirato dallo spionaggio ed Elizabeth lavora per due. C’è una scena che, invece che negli anni di Reagan e Gorbaciov, sembra ambientata dopodomani. Lei torna a casa stanchissima e lui – che quel giorno non si è travestito per estorcere informazioni, non ha spiato nessuno, neppure gli è toccato un assassinio piccino picciò – lui vuole parlare. Quella che è stata la più temibile frase delle donne e poi è diventata la più temibile frase degli uomini: «Dobbiamo parlare», l’incubo che chi è più riposato fa incombere su chi è più indaffarato. Fino a quel momento The Americans mi era parsa troppo estrema per identificarcisi, ma quando Elizabeth lo guarda feroce e gli dice che lui non ha una vaga idea di quanto lei sia stanca, oh, lì ho capito che tutti i matrimoni sono uguali: lui non è mai in debito di sonno, lei sempre.

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Billions (su Sky Atlantic)
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Jada Pinkett sta facendo un ciclo di conversazioni su YouTube. Parlando con la prima moglie di suo marito, Will Smith, ha spiegato che ora ha capito quant’è stata stronza quando s’è messa con Will, che s’era appena separato: «Siccome non capivo il matrimonio, non capivo il divorzio. Pensavo: basta, si sono lasciati, è finita». Lara e Bobby Axelrod erano sembrati inseparabili per due stagioni di Billions: complici, fedeli, perfetti. Ma quella in onda ora è la stagione da divorziati, quella del risentimento: lui rischia di finire in carcere, lei dice che si trasferirà coi figli in California perché mica vorrai portare dei bambini a visitare un galeotto, poi lui in carcere non ci va più e giura che quella minaccia non gliela perdonerà mai. Ma, quando il gioco professionale si fa duro, è a Lara che Bobby chiede cosa fare. Perché, come ha capito Jada Pinkett Smith, i matrimoni non finiscono da un giorno all’altro. Quando lei carinamente lo aiuta, lui propone di finire a letto, e lei lo guarda come le donne guardano gli uomini quando hanno un’idea ridicolmente pessima; che siano, quegli uomini, mariti o quella cosa in cui a volte si trasformano gli ex mariti: figli.

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