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Daniele Silvestri racconta nel nuovo disco il suo cuore da acrobata

Nel suo nuovo disco Acrobati il cantante romano ci spiega perché «alla fine siamo tutti un po' dei funamboli che camminano su un filo»

«Sono uno dei genitori orgogliosi di questo disco, cresciuto tra le cure di tante persone. Sono emozionato ma soprattutto felice ora che si farà conoscere e scoprire anche dagli altri». Così Daniele Silvestri racconta in una chiacchierata ad alta intensità, diventata un viaggio nel suo mondo di cantautore, ma anche un breve tour in giro per il mondo, tutto ciò che sta dietro ad Acrobati (Sony), il suo nuovo album. Diciotto tracce che arrivano a 5 anni di distanza dal precedente, S.C.O.T.C.H. 

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Da dove arriva il titolo Acrobati?

Acrobati è il cuore del disco, il pezzo più intimo: lì ho raccontato il punto di vista di qualcuno che guarda le cose dall'alto e poi sceglie di non scendere più a terra e di fare del funambolismo il suo modo di vivere. Tutti noi, in realtà, siamo costretti a essere funamboli ogni volta che ambiamo a trovare un equilibrio.

Il brano Quali alibi ha un testo attuale, ma avrebbe funzionato anche nell'Italia di Mani pulite, negli anni '90: che sensazione le dà?

Un senso di amarezza. Questo disco, tranne pochi esempi come Quali alibi, La mia casa e Bio Boogie (un pezzo che prende in giro la moda del cibo biologico, scritto insieme ai napoletani Funky Pushertz, ndr) non parla di attualità: oggi che sono più grande mi sento meno in diritto di dire la mia, lascio che siano altri e più giovani a farlo. Io racconto storie che portano altrove, più poetiche che politiche, ma comunque dotate di un loro messaggio forte. Tornando a Quali alibi, è vero: vale oggi come vent'anni fa e l'ho scritto proprio con la sensazione triste di parlare ancora delle stesse cose. Ciò significa che il Paese non ha smesso di procedere nello stesso modo, premiando la furbizia anziché il merito.

Il nuovo disco si avvale di collaborazioni con artisti molto diversi: qual è il segreto per un buon lavoro di gruppo?

Che sia sincero e non nasca a tavolino. Con Dellera, Diodato, Diego Mancino, i Funky Pushertz e Caparezza c'era una necessità artistica, una sorta di urgenza. Con Caparezza, poi, erano anni che sognavo di fare qualcosa, ma il momento giusto è arrivato ora con La guerra del sale, dove ci divertiamo a giocare con le parole ma raccontando al contempo ciò che ci sta a cuore.

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In La mia casa cita il Bataclan...

In questa canzone racconto la sensazione di considerarsi cittadini del mondo. A volte capisco di avere sviluppato un lega- me eterno anche con luoghi dove sono stato solo una volta. Ho citato il Bataclan perché, proprio mentre ho saputo degli attentati, stavo scrivendo il testo del brano che, dopo aver citato Lisbona, Marrakech, Berlino, Favignana, Londra, parla della zona di Parigi dove si trova il locale. Per me l'attentato è stato uno shock, perché le due ore di un concerto sono come una liturgia, qualcosa di sacro, uno scambio potente di energie tra persone. Tutte cose che, quel giorno, sono state deturpate senza pietà. Ho inserito il Bataclan in una canzone d'amore per il mondo. 

Monolocale ha un testo molto forte, che racconta di abusi e violenza: è ispirato a una vicenda reale?

Per fortuna no. Qui il tentativo era intercettare frammenti di vita di persone che non si conoscono, ma che s'incrociano soltanto, magari in una sala d'aspetto o su un autobus. Ha presente quando sembra di cogliere qualcosa, un indizio di che tipo di situazione sta vivendo una persona e iniziamo a farci un film che diventa via via più ricco di spunti e dettagli? Ecco, Monolocale prova a riprodurre questa sensazione di empatia. 

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