Lo Stato Sociale, cinque trentenni bellocci e nessuna posa da rockstar

Si definiscono un collettivo, non credono nei leader (infatti non ne hanno), evitano le pose da rockstar: abbiamo incontrato la band bolognese rivelazione di Sanremo 2018 che dopo 15 anni di gavetta è riuscita a fare ciò che voleva

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Gettyimages.com

Sono un'idra dalle molte teste, un sorprendente inarrestabile blob e, assieme, quel che resta delle nostre utopie: benvenuti nel mondo di Lo Stato Sociale, cinque trentenni bellocci che non hanno niente delle rockstar né dei teen-idol, usano tutti i congiuntivi, citano i classici, hanno alle spalle una lunga gavetta rock militante e solidale, sono esplosi all'ultimo Sanremo nove anni dopo essere magmaticamente emersi dalle cantine di Bologna: «Abbiamo fondato il gruppo nel 2009, ma abbiamo nozione l'uno dell'altro da 15 anni, facevamo politica, la radio, suonavamo alle feste dei liceali». Sono individualmente noti come Albi, Checco, Bobo, Lodo, Carota, ma il loro ostinato collettivismo non è una posa e li spinge a parlare in modo corale: l'intervista è un susseguirsi di voci che si rincorrono, star dietro ai nomi e al "chi dice cosa" è uno sforzo insensato.

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Partiamo da Sanremo: «Ci siamo andati per farci conoscere. Al team di Baglioni volevamo sottoporre tre-quattro pezzi, ma dopo Una vita in vacanza non hanno voluto sentire altro». Apparentemente lieve e nichilista, la canzone è in realtà un'analisi caustica del (nuovo) mondo del lavoro: «Ci chiamiamo pur sempre Lo Stato Sociale. Da parte di altre band nate indie come noi, verso un colosso naz-pop come il Festival c'è un tabù. Noi abbiamo dimostrato che puoi andarci, bucare lo schermo e rimanere te stesso». A chi li accusa di incoerenza: «In questo momento definirsi indie è puro marketing, una categoria di Spotify. Forse possiamo essere considerati pionieri o coraggiosi per aver fatto qualcosa che nessuno nel nostro giro aveva tentato». Prossimi passi: «L'album Primati, "raccolta differenziata" di successi, 13 brani con quattro inediti, più un dvd, scelti con un criterio di rappresentatività e organizzati con un percorso a ritroso nel tempo, che all'ultima traccia ci vede bambini». E il tour, in Italia e in Spagna («Abbiamo messo le mani avanti chiamandolo No hablamos español tour»).

Giuseppe Palmisano

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Rispetto a prima, non si sentono cambiati: «Abbiamo momenti di down, ma la forza di un collettivo è questa: se qualcuno si tira indietro gli altri quattro lo mandano avanti. E se uno perde la rotta, gli altri lo riportano al senso di quello che intendiamo essere». E cioè? «Prima di tutto, amici. Anche se veniamo da percorsi diversi»: c'è chi è (ancora) assegnista di ricerca e chi per non scendere a compromessi ha vissuto per mesi in un garage. «Ma senza la musica saremmo morti, avremmo rinunciato alla felicità». Chi guida il gruppo? «Nessuno, il nostro è un centralismo democratico ipersviluppato. Sembriamo pachidermici, ma produciamo un sacco. Se su una cosa non abbiamo lo stesso parere, due sono la minoranza schiacciata e non sono mai d'accordo tra loro». Almeno non si annoiano: «Non c'è un frontman, cantiamo tutti. In una prima fase Lodo era il più esposto per sua attitudine personale. Ma ci interessa sovvertire l'individualismo, l'idolatria per il leader, mettere al centro il principio di collettività».

Nel gruppo non ci sono voci femminili. «Una volta c'era la Laura, una corista. Ma tra noi alberga un certo nerdismo; con la vita da tour, in mezzo alla braga la donna magari soffre. E poi le donne cantano troppo bene per noi». E loro stessi come si definiscono? «Bebo è l'intellettuale, dà la linea ed è un bravo archivista. Carota è sensibile, appassionato, il vero musicista del gruppo. Alberto un motivatore, il fenomeno. Il nostro coach. Checco il ministro della régazness, portatore di "presa bene". Lodo tiene banco, è un attore. Un saltimbanco? Un guitto... (guarda su Google, ndr) No, è negativo. Comunque, ogni ruolo è intercambiabile».

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Dai testi emerge una certa militanza battagliera. «Ma non siamo rancorosi o risentiti. La nostra è critica sociale. Anche quando parliamo d'amore». Come si scrive un brano d'amore in cinque? «Capita che l'idea principale arrivi da uno. Poi certo, siamo bravi con le canzoni a elenco, come Una vita in vacanza; per quelle intime il lavoro è più faticoso». Quante donne avete amato, musicalmente? «Ehhh! Ci sono tante canzoni dedicate a tante ragazze diverse. Ma la libertà è sicuramente la donna che abbiamo amato di più». Comunque, oggi sono tutti fidanzati. «Il nostro mestiere è complicato, ricevi tante attenzioni che possono deviarti, ma nel caos devi mantenere lucidità».

Un passo indietro: chiediamo se è proprio vero che hanno scoperto la fenomenale 83enne Paddy Jones (che si è esibita sul palco di Sanremo con loro) googlando "vecchia che balla". «Sì, sognavamo di portare sul palco un'anziana ballerina... l'abbiamo incrociata e abbiamo contattato il suo manager». Il cachet? «Riservato. Diciamo che ci sono venuti incontro. Paddy è fantastica. Non voleva mai andare a dormire, nemmeno al dopofestival dove non capiva una parola eppure se ne stava lì con il sorriso duro». La prima idea era portarci Alba Parietti: lei l'ha anche raccontato con una certa fierezza. «Non fa che confermare quel che dicono tutti: è una donna molto intelligente. Come Alex Britti è il più grande chitarrista del mondo».

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Se in questo momento avessero tempo, che farebbero i ragazzi di Lo Stato Sociale? «Andremmo allo stadio per seguire il Bologna football club, all'estero a vedere un concerto. O staremmo a casa con le morose». Piccole cose piacevoli, ma i sogni restano grandi: «Tifiamo per i deboli e per la libertà. Ci piace quel che abbiamo conquistato: l'insieme di cose a cui tutti messi assieme teniamo è molto più ampio di quello a cui tiene ciascuno di noi come singolo individuo. Solo in questo modo si va verso la pace. Lo dice bene Marco Giallini in Perfetti sconosciuti, citando Foster Wallace: quando in giro ci sono milioni di micce, bisogna disinnescare».

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