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Ermal Meta, l'uomo che è ripartito da zero, il musicista che vince tutto

Primo al Festival di Sanremo 2018 (con Fabrizio Moro), nonché primo in classifica con l'album Non abbiamo armi, è riuscito a vincere anche la paura di tenere le luci accese quando si spoglia di ogni difesa, come ci ha raccontato in questa intervista

Gettyimages.com

Se gli chiedi come gli è cambiata la vita ultimamente, risponde «Non troppo». Ma è poi così vero? Ermal Meta, 36 anni, musicista per vocazione e star riluttante, ora nel frullatore dei firmacopie in libreria dopo la vittoria (assieme a Fabrizio Moro) al Festival con l'epico inno antiterrorismo Non mi avete fatto niente, sta anche «scaldando i motori per la data zero del tour, il 28 aprile 2018 al Forum di Assago: in un posto così non ci ho mai suonato, voglio riempire il concerto di sorprese». Una delle quali già mezza svelata: il "bambino fenomeno" di otto anni pescato sui social che in un video casalingo, voce e chitarra, suonava tanto bene la hit sanremese da meritarsi un invito sul palco quella sera. La misura del suo successo la danno il primo posto in classifica dell'album Non abbiamo armi (Mescal) ma anche i fan che, quando si affaccia sulla piazza del Duomo da una finestra, a Milano, lo acclamano dal basso come un enigmatico messia.

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Ermal Meta, 36 anni.
Paolo Di Francesco

Di lui non si sa troppo, ma che ha alle spalle una lunga gavetta e un lunghissimo cammino, questo sì; solista dal 2013, a Sanremo nel 2010 con la band La fame di Camilla, e prima ancora il viaggio in traghetto verso Bari, a 13 anni, con la mamma e i fratelli più piccoli, dall'Albania, dove il suo nome significa "vento di montagna".

Ricorda come è cominciato tutto?

Con il brano che composi per una ragazzina che mi piaceva, a cui i genitori impedivano di uscire con mia grande frustrazione. Forse farei anch'io lo stesso se avessi una figlia.

Ne sono passate di canzoni sotto i ponti, da allora.

In certi periodi ne scrivo dieci al mese, ma a tratti cado in un mutismo che risulta divertente. In genere tutti si aspettano che abbia qualcosa da dire, che abbia la risposta in canna. È così da sempre. Ma non sono un opinionista, di quelli ce ne sono in giro già fin troppi.

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Le canzoni come "vuotatoio" emotivo?

Sono il luogo in cui infilo la mia vita. Cerco di farlo in modo lineare da quando, molti anni fa, Mogol mi chiese il significato di un brano che avevo scritto, glielo spiegai e lui: «Ah, volevi dire questo?». «Sì». «E allora dillo!».

Da giovanissimo era più contorto?

Quando fai musica all'inizio tendi a essere complicato, un po' come quando fai l'amore per la prima volta con qualcuno e spegni tutte le luci. Ti mascheri, ti senti insicuro, hai paura di essere visto nudo.

Poi che succede?

Scopri che quel che hai da dire è molto più semplice della forma in cui lo esprimi. Il resto è perdita di tempo e di energia, è solo un esercizio di stile.

Non abbiamo armi, il titolo del suo nuovo album, sembra il seguito ideale di Non mi avete fatto niente.

Si chiamava già così, prima del Festival. Ero partito da una domanda, non potremmo evitare il male e prendere solo il bene? Non abbiamo armi per farlo, né scudi. Quando fuori è tempesta e cadono le bombe, il cuore è l'unico luogo sicuro.

La copertina di Non abbiamo armi.

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A proposito di cuore, nel disco c'è una canzone dedicata a Venditti, Caro Antonello.

È nata da due chiacchiere in una giornata uggiosa. Mi ha dato qualche buon consiglio: ne sa tanto, di musica e di vita.

Anche lei un po' di esperienza l'ha accumulata, ormai.

(Ride) È vero. Mia sorella Sabina mi ha detto: «Dopo tutti gli anni che hai passato a romperci i c... suonando in casa a tutte le ore, possiamo finalmente dire che ne è valsa la pena».

Se le dico "Fabrizio Moro" cosa mi risponde?

Che ci separiamo artisticamente ma saremo ospiti l'uno dell'altro, ai concerti. Siamo diversi ma essere diversi è indispensabile se quel che cerchi è la creatività.

Ermal Meta con Fabrizio Moro sul palco di Sanremo 2018.
Getty Images

Anche essere feriti lo è?

È una domanda di cui lei conosce già la risposta. Tutto ciò che creiamo è un'eccedenza emotiva, è incontinenza spirituale. Quando sei saturo di cose belle te le tieni strette, non vuoi condividerle. Il dolore, invece, cerchi di metterlo in circolo.

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Definisca il suo disco in tre aggettivi.

Sincero. Maturo. Per la copertina ho scelto il giallo perché è il colore della luce, della vita, e il primo che abbiamo visto quando siamo venuti al mondo, anche se non ce ne ricordiamo. Anche il disco è come un figlio che viene al mondo.

Si immagina padre?

Ho ancora qualche disco da far nascere, prima. Però vediamo. I figli a volte li decidi tu, ma a volte lo decidono loro, quando arrivare.

È felice, Ermal?

Sono felice della vita che faccio. E del lavoro che faccio.

Anche un po' tormentato, però. Per una delle sue nuove canzoni ha coniato un neologismo: «Mi sono innammazzato».

In effetti. Ti "innammazzi" ogni volta che ti innamori e poi ci stai male. Ogni volta è una piccola morte e ogni volta ti prometti che sarà l'ultima. Ma poi... 

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