Motta, un nuovo disco, un nuovo amore e la sensazione che la fine dei vent'anni non sia poi così male

Il cantautore toscano è tornato con un disco che si intitola sì Vivere o Morire, ma che non lascia spazio al dubbio su quale sia la scelta finale di uno dei più bravi cantautori di questi anni

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Claudia Pajewski

Tra un paio di bicchieri di rosso e qualche sigaretta rollata con mani esperte, Francesco Motta in arte Motta, si muove languido nella sua casa milanese, che gli somiglia: un po’ romantica e un po’ dark. Lui, che a una certa malinconia dello sguardo non può rinunciare, nemmeno quando sorride e di colpo si scrolla di dosso dieci anni da quei 31 anagrafici, dal disco d’esordio La fine dei vent’anni (Targa Tenco nel 2016 come migliore opera prima) a oggi, che pubblica Vivere o Morire (Sugar) ha cambiato molte cose. E se la più chiacchierata è la presenza di Carolina Crescenti come compagna di vita, quella che colpisce di più è sentir dire al più “incazzato” dei musicisti della scena indie che con questo lavoro è stato «come una terapia di psicoanalisi, che ha tirato fuori tutti gli scheletri dai miei armadi, e facendomi stare, alla fine, davvero bene».

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Che cosa significa per lei stare bene ?

Incanalare meglio le emozioni, essere più sobrio rispetto a quando avevo vent’anni e più pronto ad affrontare palchi, canzoni, l’amore. E allenarmi. Per la prima volta in vita mia mi sto facendo seguire da un personal trainer, una sorta di guru dell’attività fisica.

Si nota tantissimo.

(Ride) No, non si vede per niente, ma non lo faccio per vanità ma in vista del tour (che parte il 26 maggio dall'Atlantico di Roma, per poi approdare il 31 all'Alcatraz di Milano, info: ww.ticketone.it), per avere più fiato e tutte quelle cose lì da musicista serio.

E fuma anche “otto sigarette al giorno, quelle giuste” per citare Vivere o Morire?

Ne fumo molte di più, e infatti non faccio finta di star bene: sto proprio bene.

Canta della paura di lasciarsi andare: è un male comune a un’intera generazione?

Più generazioni, temo. Tanto come il prendere posizione, che pare quasi una cosa démodé.

Lei di quello non ha mai avuto paura.

No, l’ho sempre fatto: prima politicamente perché sono di sinistra e si sa, e oggi anche per quel che riguarda l’amore. Dichiararsi innamorato è un atto altrettanto politico. Come dire di essere pronto a crescere.

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Per questo sono tanti i riferimenti al diventare padre?

(Sorride) Sì. Da La fine dei vent’anni a Vivere o morire sono arrivato a raccontare il passaggio all’età adulta, che comprende anche fare dei figli. Fossi ancora a cantare di sbronze e serate a zonzo, beh sarebbe un problema.

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