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New York è la protagonista di Città in fiamme, opera prima di Garth Risk Hallberg

L'autore, 36 anni, racconta la Grande Mela degli anni '70 e in particolare il black out del 1977, quando lui non era ancora nato, come se avesse vissuto quel periodo in prima persona

Getty Images

Mille pagine, una miriade di personaggi, che si alternano tra capitoli, flash back, e i quartieri alti e bassi di New York dalla notte del 1 gennaio 1977 al 13 luglio, giorno del secondo grande black out che ha messo in ginocchio la città e di cui, ancora oggi, non sono state rese note le cause. E due milioni di anticipo per un'opera prima. Questo, più della trama, conta per Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, 37 anni, che al tempo dei fatti non era ancora nato. Una storia pirotecnica (c'è tutto dentro questi Seventies: dai punk alle pantere nere, dalla comparsa dell'Aids agli esordi del mito di Wall Street), una dichiarazione d'amore per una città che solo un ragazzo nato in Louisiana, come lui, poteva scrivere. «Questa città, non vederla più, sarebbe come morire», scrive nell'epilogo. E ci spiega perché. 

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Garth Risk Hallberg, 36 anni, è nato in Louisiana, vive a New York.
Jordan Alport

Il suo racconto è un tributo alla città di New York, perché è così importante per lei?

È il secondo luogo dove mi sento a mio agio, il primo posto sono stati i libri. Sono cresciuto in campagna,  mi sono sempre sentito fuori posto, non integrato. Quando ci sono arrivato da adolescente, ho avuto la sensazione di essere finalmente a casa 

La sua storia di svolge tra la fine del '76 e il 77, ma la New York che descrive non ha età.

Non ho mai pensato di fare un romanzo storico, mi è sempre piaciuto giocare con la nostalgia senza mai indulgere troppo. L'idea del libro mi è venuta nel 2003, venivamo dalla tragedia delle Torri, avevo l'urgenza di raccontare come si vive nell'emergenza.

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I suoi personaggi non sono né buoni, né cattivi, sono mediocri. 

Più che alla mediocrità penso alla media, dentro la media ci sono quelli molto buoni e quelli molto cattivi, è come in effetti come vedo io la gente e come vedo io me stesso. È anche un romanzo sulle scelte. 

Hanno acclamato la sua opera come il ritorno del grande romanzo americano.

Mah dopo la stesura della prima bozza mi sono detto: «mamma mia questa roba non la vorrà pubblicare nessuno». Poi alla fine ho capito che le aspettative non sono tanto quelle dello scrittore, ma dei lettori. Devo ammettere che come lettore ho sempre avuto un debole per quei libri che tendono a una grandeur letteraria. 

Quanto ha lavorato sul linguaggio? 

Troppo, 6 anni. James Brown diceva alla sua band: «light but tight», cioè fate piano ma andateci forte. In pratica provate fino allo sfinimento. Quando poi era sul palco sembrava tutto spontaneo, ecco ho seguito questa linea per la scrittura di questo libro. 

Le piace molto la musica?

Sono contenta che me lo chieda, perché in effetti tre personaggi seguono ciascuno un genere musicale, Charlie, l'io narrante, è per il punk rock, Mercer il professore, adora l'opera, Richard, il suo compagno, impazzisce per il pop anni '60. La musica per me è una porta che si spalanca sulla comprensione di tante cose. Ogni lettore troverà la sua.

L'hanno accusata di scrivere come uno sceneggiatore di serie tv.

Non sono d'accordo, il modo del romanzo di raccontare una storia non è mai andato fuori moda. In una storia si recuperare il tutto, mentre le serie tv usano la frammentazione e i personaggi si raccontano per immagini non per flusso di coscienza. 

Esiste negli scrittori americani la voglia di trovare un nuovo genere letterario? 

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Ci sono tentativi per esempio i cosiddetti supporter dell'outer fiction, tipo  Reality hunger, il manifesto di David Shields, gli affamati di realtà, vale a dire il rifiuto totale della fiction, del memoir. Per citarne alcuni Teju Cole e il suo Open city,  Tony Kushner, Deborah Eisenberg. 

Qual è il personaggio a cui si sente più legato?

I principali sono nove e tutti sono un pezzetto di me, in ogni personaggio ho buttato dentro un mio stato d'animo. E mi sento vicino a tutti e nove.

Il finale è una catarsi?

Dipende, ho voluto dimostrare come la natura umana deve essere sottoposta a un collaudo, perché è proprio grazie a una situazione di estrema pressione come quella vissuta a metà degli anni '70 che capisci quello che stiamo vivendo in questo momento: il terrorismo. 

Prossimo libro? 

Sarà sicuramente più breve.

Città in fiamme, di Garth Risk Hallberg, Mondadori, pp. 1003, euro 25, ebook euro 9,99.

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