Festival di Cannes 2017: il diario dell'inviata di Gioia! del giorno 7

Nella settima giornata di Festival arrivano finalmente le femmine vendicative di Sofia Coppola e la platea si divide

Guardate un po' la foto sopra. Li riconoscete? Non ce n'è uno che non sia famoso: dal basso, i registi Jane Campion, Nanni Moretti e Ken Loach, e poi Claudia Cardinale, Isabelle Huppert, Nicole Kidman e Diane Kruger e ancora il direttore della giuria Pedro Almodóvar, Salma Hayek, Christoph Waltz, Juliette Binoche e Uma Thurman, la madrina del Festival Monica Bellucci accanto a Benicio Del Toro ed Elle Fanning, per fare solo qualche nome. Sono 113 tra gli uomini e le donne che hanno fatto la storia di Cannes, tutti riuniti ieri davanti al photocall in occasione dei festeggiamenti per il settantesimo anniversario del Festival, in un clima un po' da stadio, tra chiacchiere e pacche sulle spalle. A un certo punto è partita anche una ola, guidata proprio dal direttore Thierry Frémaux, che deve aver sentito il bisogno di alleggerire un po' il clima teso di questo settantesimo compleanno blindato per ragioni di sicurezza (oggi è stato fatto ovunque un minuto di silenzio per commemorare le vittime di Manchester).

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E in questa atmosfera oscillante è stato presentato stamattina The Beguiled. L'inganno, dramma (anche se si ride molto) di Sofia Coppola, ambientato durante la guerra civile americana, remake de La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel (1971), a sua volta tratto dal romanzo A painted devil di Thomas P. Cullinan. La storia è nota: un soldato nordista (Colin Farrell, nel photocall di oggi più tenebroso che nel film, se possibile), ferito gravemente, trova riparo in un collegio femminile, dove diventa oggetto delle attenzioni di molte delle inquiline del gineceo: la direttrice, Nicole Kidman, la sua socia, Kirsten Dunst, e una delle studentesse, Elle Fanning. Fino all'epilogo tragico e punitivo. Il film, formalmente ineccepibile, ha, come si dice, diviso la platea della proiezione stampa tra maschi e femmine. I primi, nella maggior parte perplessi e (possiamo dirlo?) piuttosto scorati, le seconde, già galvanizzate dalla temperie femminista che pervade questa edizione del Festival, decisamente entusiaste e convinte: «Sotto l'ironia cattiva e sottile», citiamo una collega interrogata a caldo, «c'è un ragionamento molto interessante sulla competizione femminile, sulla vendetta, sulla seduzione».

L'inganno.

È stato invece accolto più freddamente Rodin, biopic di Jacques Doillon dedicato al grande scultore francese Auguste Rodin, interpretato da Vincent Lindon, qui diviso tra due donne, la compagna (e poi moglie per sole due settimane) Rose e la grande passione per la collega Camille Claudel. Ma i conflitti e i tormenti di Rodin non hanno convinto, quelli che non hanno sommessamente fischiato e brontolato a fine film erano già usciti dopo la prima mezz'ora.

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Rodin.

Entusiasmo invece, e sorpresa, l'ha sollevato il documentario Nothingwood (ovvero né Hollywood né Bollywood) di Sonia Kronlund, presentato nella Quinzaine, che racconta la passione tenace del popolare e prolifico attore, regista e produttore Salim Shaheen, e del suo sgangherato e immutabile cast, giunti al 111esimo film girato e prodotto in Afghanistan, a dispetto di tutto, censura, integralismo, guerre.

Nothingwood.

Le ultime segnalazioni per i cinefili: oggi è la giornata della proiezione, nella sezione Cannes Classics, della versione restaurata di Blow up di Michelangelo Antonioni, Palma d'oro nel 1967 (allora si chiamava Grand Prix) realizzata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi, e della masterclass d'autore, tenuta questa volta (dopo il turno di Clint Eastwood) dal regista messicano Alfonso Cuarón.

Blow up.

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