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C'è una persona che Javier Bardem deve ringraziare per il suo successo

L'attore racconta perché deve dire «grazie» a sua madre: ha imparato da lei come ci si guadagna il rispetto del pubblico, per questo ancora oggi, quando sale su un set, si sente sempre emozionato come un bambino (soprattutto se incontra Jack Sparrow)

Getty Images

«Quando lavoro con miti del genere, faccio fatica a restare coi piedi per terra, mi faccio prendere dall'emozione, rido dall'imbarazzo, divento un bambino!». A parlare così non è l'ultimo dei figuranti e nemmeno un giovane attore agli esordi: si stenta un po' a credere all'esaltazione di Javier Bardem – che nel 2008 ha fatto incetta di premi (Oscar, Golden Globe, Bafta...) per la straordinaria performance in Non è un paese per vecchi, diretto dai fratelli Coen – semplicemente entusiasta d'essere l'antagonista di Johnny Depp (uno degli attori più pagati di Hollywood) nell'ultimo episodio della saga di Pirati dei Caraibi. La vendetta di Salazar, al cinema dal 24 maggio 2017, nel ruolo del Capitano Salazar, capo dei letali marinai fantasma, con Orlando Bloom (ex marito della top model Miranda Kerr). Quando lo incontro a Beverly Hills, l'attore feticcio di Pedro Almodovar, marito di Penélope Cruz, conosciuta nel 1992 sul set di Prosciutto prosciutto di Bigas Luna (con cui forma una delle coppie più famose del mondo del cinema), madre dei suoi due figli, ci appare così: umile, simpatico, chiacchierone. Bello, anche con la barba lunga.

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Javier Bardem con la moglie, l'attrice Penélope Cruz, 
43 anni.
Getty Images

Confessi: era un fan della saga anche prima di avere la parte del capitano fantasma.

Ma certo, fin dal primo film, Pirati dei Caraibi. La maledizione della prima luna, che vidi nel 2003, durante una vacanza di pesca a Reykjavik, dove vado quando ho bisogno di staccare la spina. Mi è piaciuto moltissimo, perché Johnny è straordinario. Ha avuto molto coraggio a creare un personaggio come Jack Sparrow, un outsider che non si capisce bene se sia ubriaco, gay o delinquente, è tutto e niente allo stesso tempo, impossibile da classificare.

Lavorando con Depp ci ha capito qualcosa di più?

Ho capito che Johnny è un uomo molto generoso, alla mano, e decisamente non si considera una star. Sono un grande appassionato di cinema, ma mi piace vedere i film in sala (non li guardo mai in televisione) e lui sul grande schermo ha un carisma incomparabile. È uno dei miei personaggi mitologici. Come Judi Dench. Ancora non posso credere di aver lavorato con lei in un film di James Bond (Skyfall, ndr).

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Una delle soddisfazioni del mestiere di attore.

Insieme alla possibilità di vivere vite diverse: quando mi calo nei personaggi, imparo a vedere il mondo sotto diversi punti di vista. Recitare mi ha insegnato ad essere più tollerante, meno critico nei confronti di gente con opinioni diverse dalle mie, questo lavoro è un dono sublime, e per questo devo ringraziare mia madre Pilar, anche lei attrice.

Quanto ha influito sua madre sulla sua carriera?

Moltissimo. È sempre stata una grande lavoratrice, spesso la nostra vita è stata dura: ci teneva molto alla sua dignità professionale e si rifiutava di accettare i ruoli di propaganda offerti durante la dittatura della Spagna franchista. Nella mia famiglia i nonni e i bisnonni erano attori, scrittori e sceneggiatori: hanno vissuto in un periodo in cui il mestiere di attore era una professione comparabile alla prostituzione, eri un disgraziato, senza neanche il diritto di essere sepolto in terra consacrata. Mia madre mi ha spiegato cosa vuol dire guadagnarsi da vivere, insieme anche al rispetto del pubblico. Mi ha insegnato cosa vuol dire meritarsi un posto in questo mondo ora considerato prestigioso.

Javier Bardem in una scena di Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar.

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Ora capisco anche da dove venga la sua sorprendente umiltà.

Mia madre Pilar ha iniziato a recitare a 15 anni, sono 65 che lo fa: una carriera con alti e bassi, ma con tanti momenti felici. Da bambino ho visto di tutto, l'ho vista lottare per sfamare tre figli senza il sostegno di un marito. È un mestiere duro, una maratona, si arriva ad essere soddisfatti della propria arte facendo un passo alla volta, senza correre.

Cito una delle sue frasi più famose: «Non credo in Dio, ma credo in Al Pacino». Cosa intendeva di preciso?

Al Pacino è il mio attore preferito, per me è un dio assoluto. Lui non recita, esiste. Non ho mai capito il suo segreto, ma forse è giusto così, è unico nella sua complessità. Quando uscì Prima che sia notte di Julian Schnabel, Al chiamò Julian per farsi dare il mio numero di telefono. Chiamò a casa mia, a Madrid, in piena notte, e lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica, dicendomi che aveva amato il film e che mi considerava un attore di talento e avevo fatto un lavoro straordinario. Ho ancora la cassetta, è uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto, è una delle cose che salvarei in caso di incendio.

Con sua moglie ha girato sei film, tra cui Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, altri due sono in arrivo.

Sì, lo scorso dicembre abbiamo finito le riprese di Escobar, un progetto su cui volevo lavorare da più di quindici anni. Mi hanno offerto varie volte questo ruolo, ma le sceneggiature non arrivavano mai all'essenza della complessità del suo carattere. Per me Escobar aveva una mente machiavellica, era diabolico ma allo stesso tempo generoso, non si è mai dimenticato delle sue origini. Era un uomo ambizioso che ha costruito un impero dal nulla, anche se in modo discutibile. Era capace di crimini inumani. Alla fine ho deciso di produrlo io, l'unico modo per essere sicuro di fare il film che voglio. Con Penelope ho anche in ballo un film di Asghar Farhadi, il regista iraniano che ha vinto l'ultimo Oscar come miglior film straniero con Il cliente, ma ha boicottato la cerimonia per protesta contro le misure restrittive all'ingresso negli Stati Uniti imposte da Donald Trump a sette Paesi, Iran compreso. Un film interessante, sono molto contento di condividerlo con l'amore della mia vita. Non posso dirvi altro.

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Si è mai pentito di aver rifiutato un ruolo?

No, vivo nel presente, non ho rimpianti. Ho deciso di non accettare Minority report con Tom Cruise perché mi interessava di più lavorare in Danza di sangue di John Malkovich, ho rifiutato 007. Il mondo non basta di Michael Apted perché il regista Gerardo Vera mi aveva proposto un ruolo più importante. Come dice Meryl Streep, l'attrice che ammiro più di tutte, la carriera di un attore di successo dipende da quante volte si dice di no.

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