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Alice Rohrwacher nel suo film Lazzaro Felice (di)mostra la bontà che è in tutti noi

Intervista ad Alice Rohrwacher, premio per la sceneggiatura a Cannes per Lazzaro felice, al cinema dal 31 maggio: "Una fiaba intrisa di spiritualità, in un tempo che non ha tempo per i miracoli"

Getty Images

«I Lazzari sono gli ultimi della fila, quelli che non vogliono disturbare e non si mettono in mostra, sono gli instancabili che restano a finire il lavoro quando tutti se ne vanno. Non hanno malizia né un giudizio sugli altri, anzi: nutrono una fiducia incondizionata nel prossimo». Nella mezz’ora abbondante in cui conversiamo, Alice Rohrwacher ritaglia giusto un angolo del sontuoso croque-monsieur che il cameriere della brasserie sulla Croisette le ha messo davanti. Troppa passione. Troppo febbrile, e urgente, la sua voglia di raccontare il personaggio al centro di Lazzaro felice, il film interpretato anche dalla sorella Alba, film che la regista ha scritto e diretto, appena premiato per la sceneggiatura al Festival di Cannes e al cinema dal 31 maggio.

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Alice e Alba Rohrwacher al photocall di Cannes.
Getty Images

Un film con il protagonista meno protagonista che si possa immaginare.
La sfida era quella di non fare un film adolescenziale, di quelli in cui il pubblico si immedesima nel protagonista e nelle sue avventure. Non volevo raccontare lo sguardo del contadino Lazzaro sul mondo, ma quello del mondo su di lui. Lo sconcerto che proviamo di fronte a una persona così pulita da stare sempre dalla parte di tutti, anche i cattivi. La salvezza di questa storia è che Lazzaro non ha un giudizio. Nessuno sa cosa pensi. Nemmeno io.

Adriano Tardiolo in Lazzaro felice.
Courtesy photo
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Ne ha conosciuti di Lazzari?
Forse c’è un granello di lui in ogni persona, una memoria della sua innocenza, e quando la scorgiamo un po’ ci imbarazza, perché la sua bontà persistente di fronte alle cattive intenzioni, alle azioni crudeli, è in effetti disarmante.

Tanto da smontare l’aggressività di Tancredi, il figlio della marchesa e padrona della tenuta in cui Lazzaro lavora: la loro amicizia è il filo rosso della storia.
Lazzaro vive fuori dalla storia, come tutti i contadini, uniti da una sorta di continuità col passato: Tancredi lo butta nella storia, in una narrazione moderna.

Un’altra immagine da Lazzaro felice.
Courtesy photo

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Che fotografa il passaggio da un primo medioevo storico a un secondo medioevo sociale, il nostro. Come lei ha ricordato, citando Elsa Morante.
Prima che il film prendesse forma, avevo questa immagine in mente, un’immagine senza tempo, che ho ricreato a metà del film: un gruppo di contadini che si caricano tutta la loro roba sulle spalle ed esitano, per paura, ad attraversare il fiumiciattolo che separa la loro vita di sempre da una realtà nuova e sconosciuta. Un’immagine che non è diversa dalle tante che vediamo ogni giorno sui giornali e in tv. Le migrazioni si assomigliano. Le storie di questa gente che sbarca ogni giorno sulle nostre coste mi ricordano certi racconti domestici che ascoltavo da ragazzina: i resoconti di migrazioni interne.

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Un messaggio contro la xenofobia?
Dentro c’è anche la volontà di riportare questa paura dell’altro a una paura interiore, riassociare a noi quelle migrazioni. Ma c’è soprattutto l’urgenza di raccontare l’abbandono della campagna, dell’agricoltura e del cibo. Ormai tutto è nelle mani dell’agroindustria, che si fa bella usando l’immagine del contadino sporco di terra, ma ha eliminato per legge tutto ciò che è sporco, autentico, consegnando l’agricoltura alla plastica, al lattice, al metallo, a un mondo inumano. Questo non è successo perché, come spesso si dice, i contadini hanno abbandonato i campi, abbagliati dalle luci della città, ma perché il passato da cui fuggivano, come accade per i migranti moderni, era miserabile. I mezzadri come Lazzaro erano trattati da bestie.

Quelli del film lavorano come schiavi per la marchesa, una strepitosa Nicoletta Braschi, all’oscuro del fatto che la mezzadria è stata abolita per legge. Alla base di questo “grande inganno” c’è un episodio di cronaca.
C’è un articolo che avevo letto al liceo, con la professoressa di storia, ingigantito poi nella mia immaginazione. Ma sono tanti i racconti del genere tra i reduci della mezzadria, che è finita solo nel 1982, questo dobbiamo ricordarlo. Quasi tutte le persone che lavorano nel film sono stati mezzadri, almeno quelli sopra la mia età.

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Nicoletta Braschi, Alice Rohrwacher, Adriano Tardiolo e Alba Rohrwacher sul red carpet di Lazzaro felice a Cannes.
Courtesy photo

Immagino un set complicato: le scene di lavoro agricolo sono vere e proprie coreografie, piene di attrezzi, macchine, persone, e soprattutto bambini.
È stato un set molto vitale, un po’ estremo. La preparazione, soprattutto, ha richiesto molta dedizione. Le dico solo che abbiamo piantato il tabacco da zero, la piantagione che si vede l’abbiamo coltivata noi, abbiamo portato gli animali, ricostruito la vita in un luogo abbandonato da tempo, ci siamo proprio andati a vivere.

Altro che fiaba.
Questo è un film magico, intriso di spiritualità, di una religiosità primitiva, ma avevo bisogno che il tessuto della fiaba fosse solido per confrontarmi e sbugiardare lo stereotipo di contadino strumentalizzato in maniera selvaggia dall’agroindustria nelle sue pubblicità.

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Un film politico ammantato di magia.
Che non avrei mai portato fino in fondo senza il sostegno di mia sorella Alba: mi ha seguito dall’inizio ed è parte di un coro di attori straordinari. Insieme a loro, ha fatto un lavoro enorme di sostegno. In un film così avventuroso e difficile, avere degli alleati, qualcuno così vicino a te da conoscere il tuo sguardo, è fondamentale. Ma Alba è stata importante sia fuori che dentro il set.

Adriano Tardiolo e Alba Rohrwacher in Lazzaro Felice.
Courtesy photo

In che senso?
In un mondo che lo dà per scontato, il suo personaggio è l’unico che vede davvero Lazzaro. Questo non cambia il suo atteggiamento. La sua Antonia è come tutti gli altri: la vita è inesorabile, ti trascina avanti, ti rende indifferente ai piccoli miracoli. Non abbiamo tempo, e i miracoli hanno bisogno soprattutto di tempo.

Cosa le ha lasciato Lazzaro?
La libertà di essere stupidi ogni tanto, nel senso etimologico: trattenere in noi la capacità di stupirsi, attraversare il mondo con freschezza. Anche cinematograficamente: abbiamo osato cose assurde, perfino ridicole. In questo film un po’ strampalato, Lazzaro ci ha insegnato a giocare col cinema fino in fondo, con vitalità, con gioia. E, insisto, con sorprendente libertà.

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