Wanuri Kahiu, la regista keniota che sfida le autorità con un film d'amore gay in gara a Cannes

Dalla sezione Un certain regard ci arriva "Rafiki", in inglese Friend, storia d'amore tra due ragazze africane, tutto coraggio e voglia di rompere antichi retaggi, che alla sua regista fa rischiare l'arresto

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In un Festival di Cannes 2018 dove, senza voler fare polemica alcuna, si fa un gran parlare di libertà (di farsi i selfie in passerella, ma anche di fare, come ci ha fatto vedere con grande gioia per gli occhi Kristen Stewart, un po' quel che si pare), c'è anche chi, come la keniota Wanuri Kahiu, in nome di quella libertà rischia grosso. Addirittura l'arresto. Sì, perché il suo film, presentato il 9 maggio nella sezione "Un certain regard", racconta quello che nel suo Paese non può essere raccontato, perché vietato dalla legge, ovvero l'amore omosessuale. La trama del coraggiosissimo Rafiki, infatti, vede le splendide protagoniste Samantha Mugatsia e Sheila Muniva nei panni di due ragazze keniote, Kena e Ziki che abitano nello stesso quartiere di Nairobi, vanno a scuola insieme, si sostengono e sognano entrambe di vivere in un mondo più libero.

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Kena è brava negli studi e vorrebbe fare l’infermiera, Ziki la sprona a diventare medico perché sue capacità sono superiori. A un certo punto le amiche scoprono di essere innamorate, cosa quasi impossibile da far accettare a chiunque abiti nella loro realtà, con l'aggravante del fatto che è la figlia di un politico in campagna elettorale. Lo scandalo, come potete immaginare, è dietro l'angolo, e per le due innamorate sarà durissima non cedere a chi le vorrebbe sperare per sempre. Altrettanto dura, tornando alle vicende della Croisette, la realtà della regista 38enne Wanuri Kahiu, che prima ha visto il suo film interdetto dalla proiezione in Kenya, e oggi, che ha deciso in nome della libertà ma anche della lotta per i diritti civili, di presentarlo a Cannes, rischia l'arresto nel suo Paese natale. Perché là l'omosessualità è ancora illegale, e la "promozione" di una amore lesbo attraverso un lungometraggio lo è in egual modo. Ma lo spettro della galera non ha fermato Kahiu, che, come ha spiegato, considera il cinema "un prezioso veicolo per messaggi politici e civili" e che con Rafiki spera "di partecipare al rinnovamento sostanziale dell'immagine he molti hanno del continente africano".

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