Con la scelta del nuovo testimonial Nike provoca e questa volta si schiera

Believe in something is the new Just Do It

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Vale Zmeykov / Unsplash.com

«Credi in qualcosa. Anche se questo significa sacrificare tutto quanto». È questa la nuova sfida di Nike, la nuova storia del brand che nel 2018 celebra il pay off più iconico di sempre. Just Do It. Tu fallo. Stop. La nuova campagna pubblicitaria di Nike ha un nuovo volto e non è un caso. «Believe in something. Even if it means sacrificing everything». «Just Do It». E la faccia, in primissimo piano, è quella di Colin Kaepernick. Credi in qualcosa. Fallo e basta. Senza paura. Senza tornare indietro.

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Colin Kaepernick, già. Colin Kaepernick, chi? Colin Kaepernick, quel Colin Kaepernick, giocatore dei San Francisco 49ers, diventato famoso nel 2016 perché durante l’inno nazionale prima delle partite si inginocchiava come protesta contro l’ingiustizia razziale negli Stati Uniti. Un gesto apprezzato da qualcuno, imitato da pochi, giudicato anti patriottico da molti, Donald Trump in primis, che ne aveva chiesto la squalifica. Un gesto che è costato al giocatore di football la sua intera carriera (terminato il suo contratto con i San Francisco 49ers quello stesso anno, non ha più ricevuto offerte per giocare in una nuova squadra ndr). Credi in qualcosa. Appunto. Fallo e basta. Di nuovo.

Credi in qualcosa. Fallo e basta. Perché scegliendo l’ex quarterback dei 49ers come uno dei volti della campagna per i 30 anni da lancio del suo slogan storico «Just Do It» la Nike si è schierata. Scegliendo un testimonial anti Trump, la Nike ha preso una posizione. «Crediamo che Colin sia uno degli atleti della sua generazione più ispiratore, che ha fatto leva sul potere dello sport per aiutare il mondo ad andare avanti», ha spiegato Gino Fisanotti, vice presidente di Nike per il Nord America al Corriere. Ci crediamo. Lo facciamo e basta.

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Ma le reazioni non sono tardate ad arrivare. Se Serena Williams, altra testimonial della campagna di Nike (insieme a Odell Beckham Jr e Shaquem Griffin), Jay-Z, Tom Brady e molte altre altre celeb del mondo dello sport e dello spettacolo si sono schierate (fin da subito) dalla parte di Kaepernick e di Nike non mancano ovviamente i detrattori. E via di video diventati virali sui social in cui si bruciano per protesta sneakers e abbigliamento Nike, supportati da messaggi come «Cara Nike, brucio tutte le cose Nike che posseggo. L’uomo che hai scelto come volto per la tua campagna #justdoit indossava calzini che descrivevano i poliziotti come maiali» seguiti dagli hashtag #BoycottNike e #JustBurnIt. E via di dichiarazioni forti da parte di Trump che, non solo ha preso le distanze con la campagna, «È un messaggio terribile che non andrebbe supportato per nessuna ragione», ma ha anche sottolineato quanto Nike sia in conflitto d'interessi «Nike è un mio inquilino. Mi pagano un sacco di soldi in affitto» riferendosi al flagship store di New York appena di fianco alla Trump Tower.

L'irriverente pubblicità di Benetton con la foto dei barconi firmata da Oliviero Toscani, Nike e Colin Kaepernick. Il mondo gira a una velocità sempre più vorticosa e quello che era valido ieri, oggi sembra obsoleto eppure i brand, o almeno quelli che hanno sempre scelto di essere riconoscibili a qualunque costo, sembrano non aver bisogno d'altro che essere e mostrarsi per quello che sono. Che sia un bene o no è difficile stabilirlo, di sicuro è rincuorante.

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