Anna Wintour lascia Vogue (pare) e tutto quello che ha fatto per la moda diventa mito assoluto

Si inseguono le voci che danno in uscita il direttore di Vogue America, anche se le fonti ufficiali smentiscono: il resto del mondo però sa che, qualunque cosa succeda, il film resterà un mito e nulla spettinerà il suo caschetto

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Se fosse un film sarebbe un sussurro mentre si chiudono le porte: Anna Wintour se ne va da Vogue America. Siccome è stato un film – Il diavolo veste Prada, nel 2006 – sapete come va a finire: quando l’impero di Miranda Priestly a Runway traballa (ogni riferimento a Wintour e redazione è puramente intenzionale), il direttore ristabilisce le gerarchie con manovra elegante e micidiale. Siccome non è un film, sapete anche un’altra cosa: nessuno mette Wintour in un angolo. Se se ne andrà – com’è persino plausibile, nonostante le smentite: ai vertici delle riviste americane è da qualche mese in atto un esodo generazionale – sarà per ricoprire un incarico più alto, magari istituzionale, magari a Londra (dove è nata, e potrebbe rilanciare la locale Fashion week). Certo non prima, dice Page six, di aver chiuso il leggendario September issue e organizzato le nozze della figlia Bee Shaffer con Francesco Carrozzini (e la benedizione di Franca Sozzani, mamma dello sposo e mitico direttore di Vogue Italia, scomparsa nel 2016).

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Anna Wintour, 68 anni, direttore di Vogue America dal 1988.
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Sarebbero passati 30 anni. Il primo Vogue di Anna Wintour – dopo una carriera da figlia d’arte di talento, costruendosi la reputazione di “Nuclear Wintour” – è quello del novembre 1988. Per la prima volta in copertina c’è una modella in jeans (Guess, circa 50 dollari, indossati con una blusa Lacroix, oltre 10.000) che guarda altrove. «Rompeva tutte le regole», ricorda lei. «Sembrava un’istantanea, uno scatto rubato per strada – cosa che in effetti era, e questo era il senso. Poi la gente ci ha appiccicato sopra ogni genere di interpretazione: l’alto e il basso, [la modella] incinta, i significati religiosi. Ma non era vero niente: ho visto quella foto e ho intuito la direzione del cambiamento. A una copertina non puoi chiedere di più». Aveva appena inventato i fashion blog.

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Anna Wintour con Hillary Clinton.
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Nel 1989 mette Naomi Campbell, per la prima volta una modella nera, sulla copertina del numero di settembre. Negli Anni 90 decide di sostituire alle insostituibili Cindy, Christy, Claudia e Linda, altre categorie di formidabili celebrità: Madonna, Sharon Stone, Lady Diana. La moda diventa il linguaggio per raccontare la società, e comporre uno star system multidisciplinare. La prima copertina di Hillary Clinton è del 1998. Nel 2005 Melania Trump, nel 2009 Michelle Obama, nel 2012 Serena Williams. «Il suo specifico talento», secondo Marc Jacobs, «è di selezionare in ogni ambito le persone giuste: politica, cinema, moda o sport». Sono quelle che invita al Met Gala tutti i primi lunedì di maggio per inaugurare la mostra del Costume Institute al Metropolitan di New York: è così che Kim Kardashian è diventata rispettabile. Durante il resto dell’anno non si trattiene mai a un evento più di 20 minuti, e va a letto alle dieci e un quarto ogni sera.

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Una scena del film Il diavolo veste Prada con Meryl Streep.
Courtesy photo

La prima volta che Anna e io ci siamo incontrate – l’unica in cui lei potrebbe effettivamente avermi notato – erano gli anni de Il diavolo veste Prada, il libro e il film, e di Front row, la biografia di Jerry Oppenheimer scritta per calcolato dispetto. Gli anni della costruzione dello spaventevole mito di massa: una creatura leggendaria composta solo di ambizione, occhiali scuri e aneddoti feroci. Prima di una sfilata in una sala deserta lei aspettava imperturbata che qualcuno si ingegnasse per far succedere qualcosa – non aveva bisogno di un telefono per darsi arie d’indisponibilità – e io mi accasciavo tra le ultime file, svicolata oltre i buttafuori in virtù di una commovente pancia di 8 mesi. Ero la ragazza grassa, e abbastanza sveglia da capire che dovevo tenere la testa bassa e respirare piano: per riconoscere il potere non serve guardarlo negli occhi.

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