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Hillary Clinton: è sulle armi che si decide chi siamo

Non saranno elezioni come le altre, ha detto la candidata democratica: dopo la strage di Orlando, gli americani devono decidere se credere nei valori della civiltà o nella legge della paura

Per la candidata democratica alle prossime elezioni presidenziali gli americani dovranno decidere da che parte stare: sulle armi, e sui valori di civiltà.
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«Queste elezioni non sono la solita vecchia battaglia tra democratici e repubblicani. Queste elezioni sono profondamente diverse: decideranno chi siamo», ha detto Hillary Clinton nel primo discorso successivo alla vittoria nelle primarie democratiche, e cioè: nel primo discorso da candidata – presunta, fino alla convention di fine luglio, ma è solo una formalità – alla presidenza degli Stati Uniti. «Queste elezioni riguardano milioni di americani che si uniscono per dire: "Noi siamo meglio di così"». Intendeva dire: meglio di Donald Trump.

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Era soltanto venerdì. Poche ore dopo, nella notte tra sabato 11 e domenica 12 giugno, Omar Mateen – cittadino americano di origini afghane, 29 anni – entrava al Pulse, locale di riferimento per la comunità LGBT di Orlando, in Florida, e armato legittimamente di fucili d'assalto trucidava a morte 49 persone e ne feriva altre 53. È stato un atto di terrorismo: durante la sparatoria, Mateen ha telefonato al 911 per rivendicare la propria appartenenza all'Isis. È stato un crimine omofobo: il padre ha raccontato che, di recente, Mateen aveva visto due uomini baciarsi, in giro per Miami, e si era «molto arrabbiato». Ma soprattutto è stata l'ennesima dimostrazione che, se dai un fucile in mano a un pazzo, quello spara.

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Il giorno prima, venerdì sera, Kevin James Loibl – cittadino americano, 27 anni – era entrato con due pistole, due caricatori e un coltello da caccia in un teatro di Orlando per sparare in testa e uccidere Christina Grimmie, cantante fenomeno di YouTube ed ex-concorrente di The Voice. Il giorno dopo, domenica mattina, la polizia di Santa Monica ha fermato James Wesley Howell – cittadino americano, 20 anni – che aveva in macchina un campionario di armi, esplosivo e munizioni, ed era diretto verso il gay Pride di Los Angeles. Non aveva cattive intenzioni, ha sostenuto in seguito, ma questo non gli impediva di andare in giro con un arsenale nel bagagliaio.

«Questo massacro è un'ulteriore prova di quanto sia facile per chiunque armarsi e sparare contro la gente nelle scuole, nei luoghi di culto, nei teatri e nei nightclub», ha detto Obama nel discorso alla nazione poche ore dopo la strage di Orlando, la sparatoria di massa più letale nella storia degli Stati Uniti, «Dobbiamo decidere che paese vogliamo essere, e anche non fare nulla è una decisione». Pertanto l'America, il prossimo novembre, sarà chiamata a scegliere da che parte stare. Se con «i valori che ci uniscono» – la tolleranza, il rispetto, l'integrazione, e la disperatamente urgente introduzione di controlli di buon senso per il possesso delle armi – oppure con «la forza, la sorveglianza», il blocco totale dell'immigrazione dai paesi islamici, e l'inalienabile diritto ad armarsi fino ai denti su cui si basa il fascino elettorale di Donald Trump. Tenendo ben presente che, se dai un fucile in mano a un pazzo, quello spara.

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