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Uomini in costume: slip o boxer?

Ogni anno l'estate ripropone il quesito: meglio le braghette da surfista o la mutanda di lycra? La risposta non cambia: sempre si tratta di maschi in mutande

L'estate ripropone ogni anno il quesito, ma la risposta è sempre la stessa: si tratta sempre di maschi in mutande.
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La scelta del costume d'elezione immortala con precisione il momento storico in cui ogni esemplare di maschio umano si è sentito per la prima volta un figo in mutande. Per dire: mio nonno mi accompagnava ai bagni di Santa Marinella, alla fine degli anni Settanta, con una tutina a righe riconducibile a un intorno del 1933. Allora ero troppo giovane per interrogarmi, ma con l'attitudine all'approfondimento tipica dell'età adulta mi chiedo ancora se fosse un reperto originale dell'epoca oppure, abbondantemente a valle della rivoluzione sessuale, ci fossero nicchie di mercato sostenute dalla determinazione degli uomini perbene a non scoprire neanche un centimetro di coscia.

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Invece non ho dubbi sulla datazione del pantaloncino da surfista del vicino di ombrellone: originale 1995, come Boombastic. Deve trattarsi di un regalo dell'allora fidanzata (ora moglie, e madre dei due scalmanati con i quali lui si compete in qualsiasi attività preveda rimbalzi di palla e/o emissione di schiamazzi) che Mister Lover-Lover non ha mai reputato opportuno archiviare, tanto lo mette due settimane all'anno e – la scena si ripete alla vigilia di ogni partenza – guarda come sono in forma, ancora mi si allaccia. 

I nonni si dividono in due categorie. Gli irriducibili hanno formato la loro identità balneare negli anni in cui un'allucinazione collettiva aveva reso lo slip irresistibile, e ancora si ostinano a riprodurre l'intero corredo: costume di lycra in dimenticate tonalità di giallo senape – i più raffinati: a piccola fantasia marròn – con sgambatura audace, baffo spiovente, occhiali da sole a goccia. Non fossero commercialisti in pensione, sembrerebbero pornostar. I rassegnati, invece, al mare proprio non ci volevano venire. Hanno un bermuda al ginocchio di tela rigida, in tinta con la seggiolina pieghevole e il cappello da pescatore. Arrivano, leggono Il corriere della sera coast to coast – ormai lo stampano solo per loro – e prima di mezzogiorno sono già a tavola, paonazzi.

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I ragazzini, naturalmente, sono i più chiassosi: ancora alla ricerca di uno stile. Ci sono quelli in boxer attillato, bianco o altra sfumatura ospedaliera, che volevano essere James Bond (o almeno David Beckham). Ci sono quelli che hanno passato l'inverno in palestra: non sono vanitosi, sono atleti, e quindi affittano pedalò in calzamaglie anti-attrito come neanche alle Olimpiadi di Rio. E poi ci sono quelli che proprio non hanno tempo per queste frivolezze, e si presentano in spiaggia con jeans che hanno impiegato un pomeriggio a sfilacciare.

Ostinatamente trans-generazionale rimane il problema della stampa hawaiana. La quale non faceva sembrare particolarmente affascinante neanche Magnum P. I., che aveva il sorriso di Tom Selleck, guidava una Ferrari, e soprattutto – ripeto: soprattutto – abitava alle Hawaii. Figuriamoci un direttore commerciale di Brescia distaccato per il weekend a Santa Margherita, in ciabatte. Per fortuna, insieme ai ricordi, col tempo anche i fiori misericordiosamente sbiadiscono.

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