Yusra Mardini: dalla Siria alle Olimpiadi di Rio

L'anno scorso si è tuffata da un barcone che stava affondando nel Mar Egeo e lo ha trascinato a nuoto per salvare i 20 migranti a bordo, quest'anno andrà ai Giochi Olimpici e gareggerà nei 200 metri stile libero, tenendo alta la bandiera dei profughi di tutto il mondo

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La nuotatrice  Yusra Mardini ha il viso tondo come una mela e la fessura tra gli incisivi che la fanno apparire più piccola di quanto sia. Ma ha la testa dura: può venire giù il mondo, ma Yusra fila dritta come un treno. Si sveglia prima dell'alba, va in piscina, poi a scuola, poi ancora in piscina, fortuna vuole che siano molto vicine. Il suo coach dice di lei: «Yusra potrebbe essere un modello. È molto concentrata, ha obiettivi chiari e costruisce la sua vita intorno a questi. Ha un livello di organizzazione quasi tedesco». Lei sorride e risponde: «Noi siamo fatti così, siamo siriani!».

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In fuga su un gommone

La storia di questa ragazza è impressionante, ma più ancora lo è la determinazione con cui  fino a ora ha guidato la sua vita, da una Damasco colpita dalla guerra civile a Berlino e, presto, a Rio de Janeiro per i Giochi olimpici. Prendiamola dall'inizio, questa storia, dal momento in cui Yusra Mardini, figlia diciassettenne di una famiglia borghese con il trip per il nuoto agonistico, diventa una migrante: è l'estate dell'anno scorso, la sua casa è stata abbattuta, i genitori decidono di metterla al sicuro in Europa, insieme alla sorella maggiore Sarah.

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La via di fuga è il mare Egeo, la barca un gommoncino che potrebbe tenere sei-sette persone e invece ne carica, oltre a loro due, altre diciotto. Quando il motore si spacca, e subito tutti gli zaini vengono buttati in mare per tenersi a galla e si scopre che appena in tre sanno nuotare, è notte. Yusra e Sarah si tuffano e, aggrappate ai bordi, cominciano a spingere in acqua, braccia e gambe che girano profonde come pale e l'ombra dell'isola di Lesbo che si intravvede nel buio a segnare la direzione. Nuotano e spingono il gommone per tre ore prima di toccare l'isola. «Io e mia sorella, da sole, saremmo di sicuro riuscite a raggiungere la riva, ma non ci saremmo mai perdonate se non avessimo messo in salvo anche gli altri», dice Yusra. Poi, sulla terra, i nuovi traguardi di Yusra diventano i confini di Stato da superare, la Macedonia, la Serbia, l'Ungheria, l'Austria, finché la macchina dell'accoglienza tedesca la mette definitivamente al sicuro a Berlino, dove finalmente la famiglia riesce a riunirsi.

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Gli allenamenti a Berlino

Un traduttore, saputo che a Damasco Yusra era una nuotatrice agonistica, la porta alla Charlottenburg, la piscina vicino al centro di accoglienza costruita per le Olimpiadi del '36.  È brava, Yusra, a mettere tutto in quel rettangolo di 50 metri per 25: mette lì i ricordi orrendi, il terrore patito e ogni pensiero brutto, la sua cocciutaggine, l'incoscienza, l'energia e quello che vuole dal futuro. «Io voglio solo essere un'atleta», racconta oggi, facendo capire che l'acqua per lei semplifica tutto: «In piscina ci siamo solo io, l'acqua e le mie avversarie».

Quando la guerra in Siria sarà finita, tornerò a casa e mi piacerebbe poter insegnare tutto quello che sto imparando qui in Germania. Per il momento voglio solo andare alle Olimpiadi, lo sogno da quando avevo dieci anni». 

Una ragazza speciale che rappresenta tutti i profughi del mondo

Tutti gli atleti sognano di andare alle Olimpiadi e sognano quell'attimo in cui ciascuno, entrando nello stadio che accenderà la fiaccola, si sentirà dentro all'occhio del mondo. Anche lei lo fa, e c'è da giurare che entrerà già con i lacrimoni sulle ciglia e il cuore che le picchierà dentro come un tamburo a prendersi il boato del Maracanà, sotto una bandiera che non è di nessuno ma sarà di tutti quelli che lo vorranno.

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E avrà ragione a pensare di essere una ragazza speciale, perché quando salvi la pelle a chi senza di te andrebbe a fondo, quando, a diciott'anni, sei tu a offrire una casa a tuo padre e tua madre, quando perdi tutto il tuo mondo ma sai ricostruirtelo dentro, ti è facile capire che hai già vinto tanto.    

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