"9 anni fa ho lasciato l'Italia per Londra, poi mi sono detto: basta, torno. Ora sono qui e sono sotto shock"

Gli esperti lo chiamano "shock culturale inverso"ed è la malattia di molti ex espatriati che scelgono di rientrare in patria ma poi non riescono più a sentirsi a casa: 5 storie vere di 5 italiani che sono rientrati alla base

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Tanja Heffner / Unsplash.com

Sono flussi emotivi opposti, quelli che muovono gli ex expat italiani (tanti, tantissimi, più di 100mila solo nel 2015): partiti sulla spinta di necessità, ambizione o curiosità, sono tornati quando la stretta alla gola della nostalgia è diventata insostenibile. E il desiderio di tornare a casa si è trasformato in urgenza. Ma per molti di loro ad attenderli, più che il caldo abbraccio di casa, c'è stato, al contrario, un senso di spaesamento angoscioso che gli esperti chiamano "shock culturale inverso".

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Michal Parzuchowski/Unsplash

Molto diffuso soprattutto in chi si è trovato particolarmente bene nel Paese che lo ha ospitato, questo malessere investe con le stesse fasi dello shock culturale normale, e cioè crisi, recupero e nuovo adattamento. Ma attenzione: lo shock culturale inverso non è semplice insofferenza nei confronti delle pecche tipiche del luogo di nascita, ma qualcosa di più profondo che spinge chi ne soffre a manifestare ansia, isolamento, irritabilità, quando non vera e propria depressione.

Adattarmi di nuovo all'Italia è stata un sofferenza: come riconciliarsi con una ex che ti ha tradita

Il dipartimento di Stato Usa, che dedica a questa sindrome diverse pagine del suo sito web, racconta che in media ci vogliono tra i 3 e i 12 mesi per riabituarsi al Paese natale e che il 77 per cento delle persone che rientra non è preparato ad affrontare il carico emotivo e psicologico che ciò comporta. E tantomeno lo sono qui in Italia dove, come spiega una delle nostre intervistate Anna-Mari, «da che ero abituata a lavorare 12 ore al giorno, sono passata a rigirarmi nel letto senza niente da fare, sentendomi d'un tratto inutile e fuori posto».

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La testimonianza di Dimitri

Dimitri, 31 anni, di Parma, musicista professionista, ha vissuto nove anni e mezzo a Londra.
© Alessia Leporati

«Sono andato a Londra perché è la Mecca dei musicisti. Dovevo rimanere solo tre mesi per seguire un corso di batteria, ma poi mi sono trovato a vivere in un ambiente talmente ideale che sono rimasto per nove, bellissimi, anni. Mi sono laureato là in Musica popolare moderna, il mio insegnante di armonia era il chitarrista di Amy Winehouse. Gli studi sono confluiti direttamente in un lavoro a tempo pieno, anche perché in UK il work musician è una figura professionale riconosciuta, ma nonostante ciò quest'anno mi sono detto: basta, torno. E, senza che fossi preparato alla cosa, è stato subito parecchio frustrante. La spinta positiva che mi aveva rimesso sulla via di casa, ovvero la voglia di prendermi più cura di me stesso e di avere una migliore qualità della vita, si è trasformata in amarezza e scarsa speranza. A Londra accusavo ormai il costo della vita esagerato, per cui tra lezioni di musica, prove, concerti e direzione artistica di un pub, ero costretto a lavorare dalle nove di mattina alle due di notte per mantenermi, ma qui in Italia sto soffrendo tantissimo per la mancanza di prospettive. E ancora, se a Londra anche Brexit e il continuo allarme terrorismo mi hanno incoraggiato a fare ritorno, una volta qui mi sono sentito avvolto nella nebbia del disfattismo. Perché da noi ancora si lotta affinché uno che vuole vivere di musica possa farlo senza sentirsi dire "sì, ma qual è il tuo piano B?". Io non ho un piano B, in Inghilterra non mi hanno insegnato ad averlo, mi hanno insegnato che di musica si vive, e anche bene, quindi perché in Italia non veniamo presi sul serio?».

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La testimonianza di Silvia

Silvia, 21 anni, di Reggio Emilia, volontaria con il servizio civile in Camerun per quasi un anno.
© Alessia Leporati

«Sto ancora smaltendo gli ultimi strascichi del mio shock da rientro, che ancora si fa sentire. A ottobre dell'anno scorso sono partita per il Camerun, rispondendo al bando per il servizio civile volontario. Volevo vedere e vivere in una parte del mondo il più possibile diversa dalla nostra e così sono partita per l'Africa. Là ho lavorato con i bambini in un doposcuola: tenevo lezioni, mi occupavo del menù della mensa e gestivo le pagine social della nostra onlus. A progetto finito sono tornata a casa e la prima reazione, che non mi aspettavo di avere, è stata la scarsissima voglia di raccontare agli altri il mio anno via. Ero, e sono ancora in parte, triste, e non mi andava di sentirmi dire cose come "oh, poveri bimbi", perché dell'altrui pietismo non so che farmene. Inoltre, e anche questa è stata una brutta sorpresa, non mi sono sentita a mio agio nella mia città: ho scoperto la rabbia dell'andare dal fruttivendolo e ricevere mille buste di plastica inquinanti, il fastidio perché si usa l'auto per fare 200 metri, la paura del tutto nuova della velocità, in macchina ma in generale nella vita, perché là si vive a un ritmo più calmo. Ritrovare gli amici è stato bello, ma ho anche avvertito una distanza, come fossero più piccoli di me, presi da discorsi che non mi coinvolgono più. Non so se rimarrò: le prime due settimane in Italia le ho passate dicendo che volevo tornare in Africa, ora va meglio ma continuo a sentirmi oppressa, mentre laggiù puoi avere anche mille disastri nella vita, eppure nessuno si lamenta ogni secondo come fanno tutti qui».

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La testimonianza di Silvia

Silvia, 31 anni di Torino, assistente scolastica e membro di un'associazione teatrale, ha vissuto in Australia e India
© Alessia Leporati

«Il mio ritorno a casa dall'India è stato devastante. Al punto da sfociare quasi subito in una depressione clinica, che ora ho risolto ma che mi ha messo in seria difficoltà. Sono partita nel settembre 2015 per l'Australia, poi ad agosto 2016 mi sono spostata in India, dove per quattro mesi ho studiato danza Butoh e yoga. Il rientro definitivo in Italia è avvenuto l'anno scorso, nel periodo delle feste di Natale, cosa che mi aveva fatto idealizzare molto questo momento, che immaginavo come accogliente e felice. Invece è stato tutto l'opposto. Sono stata subito male, anche per la puzza di smog e per i paesaggi tutti macchine e cemento. Ho accusato terribilmente il nervosismo, la cattiveria con cui la gente qui si approccia agli altri, come fossero per prima cosa dei nemici. Mi ci è voluto parecchio tempo, l'aiuto del mio fidanzato e della mia famiglia, moltissime passeggiate in montagna, un percorso con uno psicoterapeuta, nuovi progetti legati al teatro e all'arte e il lavoro di educatrice con i bimbi delle elementari e della scuola materna, preziosissimo per ritrovare un po' di fiducia nell'umanità, per farmi riprendere. Può sembrare un'ingenuità romantica, ma il fatto che in India tutti sorridano agli altri è qualcosa che ti entra sotto pelle e di cui poi non riesci e non vuoi più fare a meno. Oggi mi sono fatta una ragione dello stare qui ma, rispetto a prima di partire, qualcosa si è rotto per sempre nel mio rapporto con l'Italia».

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La testimonianza di Anna-Mari

Anna-Mari, 26 anni, di Bergamo, ha vissuto a Londra dove ha curato le relazioni internazionali di una casa discografica.
© Alessia Leporati

«Dopo la laurea in Relazioni internazionali alla Statale di Milano, sono scappata a Londra dove, dopo due stage pagati, ho ricevuto un'offerta a tempo indeterminato da un'importante casa discografica. Sono rimasta un anno e mezzo, dopo di che mi sono accorta di essere in sofferenza, quella un po' tipica dell'italiano a Londra, causata dal clima, dalla freddezza della gente e dalla mancanza di famiglia e amici. Per queste ragioni a marzo sono tornata, bella carica e soprattutto convinta che avrei subito, viste le mie referenze e competenze, trovato lavoro. E invece no. Niente. Ho avuto offerte di stage a malapena pagati, che ho rifiutato perché avrebbe significato fare non uno ma dieci passi indietro rispetto alla posizione manageriale che avevo raggiunto. Spiace dirlo, ma la voglia che avevo di tornare nel mio Paese è stata malissimo ripagata. Trovo umiliante e deprimente non riuscire a mantenermi e dover dipendere ancora dai miei, con i quali sono tornata a vivere. Passare da giornate fitte di impegni a giornate del tutto vuote è la morte. Magari questo è un momento di negatività, ma dubito che il mio futuro sarà qui: salvo miracoli, entro breve rivedrò i miei piani».

La testimonianza di Giulia

Giulia, 28 anni, ha studiato un anno in Nord Dakota.
© Alessia Leporati

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«Sono partita nel 2006 per un paesino di duemila anime (e 12 chiese di confessioni diverse) nel Nord Dakota e sono rimasta lì quasi un anno, senza mai parlare con un italiano. Negli Usa ho frequentato il penultimo anno di liceo come se fossi una ragazza del posto, ho preso i miei otto chili mangiando come un'americana e mi sono legata tantissimo ai paesaggi, alle abitudini e alle persone. Quando sono tornata, il primo shock è stato non riuscire quasi più a parlare in italiano, perché in quel lasso di tempo anche con i miei genitori e mio fratello mi ero sentita poco. Gli amici mi prendevano in giro, mentre a casa sembravano offesi, facendomi sentire in colpa. Poi, dei primi mesi in Italia ricordo la paura della folla, tanto che alla prima uscita con gli amici mi sono letteralmente aggrappata al braccio di uno di loro, perché dovevamo attraversare un'isola pedonale zeppa di gente. Ormai ero così abituata alle lande desolate con solo qualche bufalo qua e là, che ripiombare nel caos è stato micidiale. Disperata, dissi ai miei genitori che subito dopo il diploma sarei ripartita per rimanere in Nord Dakota. Mi immaginavo di diventare adulta là e magari a farmi la mia famiglia americana: era come se il cordone ombelicale con l'Italia fosse stato staccato per sempre e casa mia fosse diventata un'altra. Poi, pian piano, mi è passata, anche se adattarmi di nuovo all'Italia è stata una sofferenza, simile a quando ti riconcili con un ex che ti ha tradita».

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