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Ambra Angiolini, Cristina Comencini, Lunetta Savino: le attrici italiane rompono il silenzio contro le molestie sessuali

Con Dissenso comune, lettera-manifesto sottoscritta da 124 attrici, registe e lavoratrici del cinema, s'inaugura il #Time's Up italiano: troppo tardi e troppo poco, dice qualcuno, ma è l'inizio di una rivoluzione e indietro non si torna

Attrici contro molestie
Drew Hays/Unsplash

«Tutto il clamore seguito al caso delle molestie nel mondo del cinema ha fatto assomigliare questa battaglia a una telenovela argentina». Ambra Angiolini, una delle 124 firmatarie di Dissenso comune, lettera-manifesto sottoscritta da attrici, registe e lavoratrici del cinema italiano, risponde alla domanda-madre di tutte le polemiche dell'era post Weinstein: perché così tardi? Tardi rispetto alle denunce, quella di Asia Argento, tra le altre, agli appelli #MeToo e #Time'sUp delle colleghe americane, al sussiegoso distinguo delle francesi.

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Ambra Angiolini, 40 anni, è una delle firmatarie di Dissenso comune, la lettera-manifesto delle donne italiane dello spettacolo contro le molestie.

«In questa situazione, quello che ci ha fatto più male è stato il circo allestito intorno alle denunce, le troppe cose dette in più rispetto a una realtà dolorosa e sbagliata, che costringe molte di noi a situazioni insostenibili. C'è voluto tempo, e una certa freddezza, per elaborare, riunirci e produrre quel testo, che è solo un inizio». Lo stesso tempo, e sangue freddo, serviti a Uma Thurman per rievocare in un'intervista-bomba sul New York Times le molestie subite da Harvey Weinstein e il sadismo sul set dell'insospettabile socio di sempre, Quentin Tarantino. Così come tempo, ancora, ci vorrà per allargare questa lista ad altre donne e ambienti di lavoro.

Il problema è l'uso deliberato di un potere che squalifica la donna nel momento in cui entra nel mondo del lavoro

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«È bello che tutto sia partito dalle attrici», racconta Cristina Comencini, «noi registe abbiamo sottoscritto il documento, ma l'idea è stata loro. Questa lettera va oltre il caso Weinstein: si colpisce un sistema che invade tutti gli ambiti e che ha un obiettivo preciso: rimettere le donne "al loro posto". Il tema non è il cinema, ma il lavoro. Si parla di una violenza - al maschile - che usa la propria forza per schiacciarci. È una reazione antica e retrograda a una novità assoluta: la partecipazione in massa delle donne al mondo del lavoro. E non è una questione di sessualità o di seduzione, perché oggi ci consideriamo libere di incontrarci e fare l'amore. Il problema è l'uso deliberato di un certo tipo di potere per squalificare la donna nel momento in cui entra nel mondo delle professioni».

Cristina Comencini.

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Per questo l'appello parte dall'ambiente del cinema, ma riguarda tutte, spiega Lunetta Savino: «È importante che a prendere la parola siano state le attrici. Perché è sul loro corpo che si gioca la partita del desiderio maschile. Se sei attrice, sei come passibile di molestia: devi metterlo in conto. Però noi che viviamo sotto i riflettori abbiamo la possibilità di parlare a nome di tutte e farci sentire. Per me è l'aspetto più interessante di questo movimento, che ora arriva a coinvolgere l'Italia intera». Dove c'è molto lavoro da fare: «Se penso a come siano ancora stagnanti alcuni meccanismi nella mia regione, la Puglia, e in tutto il Sud Italia», conferma Ivana Lotito, star di Gomorra, «di come ancora le donne abbiano nei confronti dell'uomo un implicito meccanismo di sudditanza, di cui sento anch'io addosso i retaggi. È una rivoluzione culturale che parte da tante piccole rivoluzioni individuali, le nostre».

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«Sono felice che nel bene e nel male si stia aprendo un fronte di discussione anche in Italia», aggiunge Chiara Barzini, scrittrice, «che si legga sulle pagine dei giornali, che se ne senta parlare al bar la mattina: una coscienza collettiva sta emergendo». Questo è il momento in cui smettiamo di avere paura: è la promessa, che mette un po' i brividi, con cui si conclude il documento. «Preferisco dire che questo è il tempo di disinnescare il meccanismo vittima-carnefice, le donne non devono più sentirsi vittime del sistema», continua Lotito.

Ivana Lotito.

È una rivoluzione, ma di quelle pacifiche, promettono ancora le firmatarie: non è la gogna mediatica che ci interessa. «A chi ci rinfaccia di essere vaghe rispondo che ognuna ha il diritto di usare il proprio linguaggio. Se vogliamo impegnarci a cambiare il Paese, il pensiero e le leggi, dobbiamo avere argomenti solidi e toni pacati. E se non ho nomi da fare - perché io non ce li ho - la mia posizione vale di meno? Sono meno titolata a sostenere tutte le lavoratrici abusate dai capiufficio, dai direttori di banca o di supermercato? Perché è questo che vogliamo essere, tutte insieme, la garanzia più esplicita, più rumorosa per quei mondi femminili silenziosi e disarmati che subiscono condizioni di disagio, di ricatto e di sopraffazioni, fisiche e psicologiche. Ma qui non si va alla guerra contro gli uomini: chiediamo solo un adeguato trattamento sui luoghi di lavoro. E se dovesse venire da noi un operaio molestato da un capo donna sarà la stessa cosa. Saremmo in una posizione sbagliata se non comprendessimo anche quella possibilità».

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Sul corpo delle attrici si gioca la partita del desiderio maschile, ma noi abbiamo la visibilità per parlare a nome di tutte

Il prossimo passo, mentre la lista si allunga (scrivere ad adesioni@dissensocomune.it ), sarà probabilmente un'assemblea pubblica. «Ho una speranza», rivela un'altra regista che ha sottoscritto il documento, Susanna Nicchiarelli, «che d'ora in poi chi si approfitta di un rapporto di potere cominci ad avere paura di compromettersi. Spero che gli abusi non restino più impuniti, che chi li sopporta, sotto qualunque forma, verbale o fisica, li segnali immediatamente sapendo di avere alle spalle una società e un'opinione pubblica che comprende e sostiene la vittima invece di colpevolizzarla».

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«Mi piacerebbe cha da questa lettera adesso scaturisse un'azione politica», rincara Savino: «Ci sono tante cose da fare e da dire, l'Italia è fanalino di coda su tutto, penso solo al gap salariale: da noi è ancora una battaglia tutta da iniziare». E detto così sembra quasi un secondo lavoro: «Lavoreremo, finché ce ne sarà bisogno, più siamo meglio è», promette Ambra con entusiasmo, «ma dobbiamo ricordarci che ci impegniamo anche per noi e per le nostre figlie. Questo per me è il modo più umano e appassionante di fare il mio lavoro, lo riempie di senso».

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