Perché, anche se ci farà un male cane, è necessario andare a vedere Sulla mia pelle

Troppo dolore, troppa violenza: la tentazione di andare oltre e non fermarsi in sala (o se proprio dalle vostre parti non è uscito, su Netflix) a guardare il film sulla tragica morte di Stefano Cucchi è alta, ma va superata, per la sua famiglia e per la nostra

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Getty Images

Ci sono volte in cui serve coraggio anche per andare al cinema. Può sembrare un concetto degno di sarcasmo o di sfottò, soprattutto oggi che ci si ammanta di cinismo a ogni occasione e la semplice pietà umana è additata come "buonismo", il male primo da sconfiggere nell'Italia sardonica del 2018. E invece a volte lasciarsi permeare dalle vicende di dolore altrui, senza bisogno per forza di immaginare che quel dolore lì possa prima o poi toccare a noi (che anche questo continuo bisogno di identificare le vittime come vicine/simili a noi è comunque segno di granitico egocentrismo e assenza totale di empatia verso il prossimo), è necessario. Dirò di più: la vicenda tragica toccata in sorte a Stefano Cucchi e alla sua famiglia e resa oggi sul grande schermo dal regista Alessio Cremonini attraverso la pellicola Sulla mia pelle, è necessaria a tutto un Paese, che pare aver preso la cattiva abitudine di fare il gradasso con chi è già sui gomiti. Ma è una rotta da invertire, una direzione da cambiare, questa manifesta indifferenza verso le ingiustizie, e un primo passo, in questo bollente 12 settembre, può essere proprio uscire di casa e, con coraggio, perché si sai che sarà straziante, andare a vedere Alessandro Borghi reinterpretare per noi gli ultimi 7 giorni di vita di un 31enne, morto da solo (ripetete nella vostra testa: morto da solo. Chi merita di finire così? A chi auguraste una cosa simile?) in prigione, ormai quasi dieci anni fa.

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Il film, che vede Jasmine Trinca nella parte di Ilaria Cucchi e che, come ben saprete, è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia (dove ha raccolto una lunghissima standing ovation), esce, tuttavia, tra numerose, esasperate polemiche. E non ci riferiamo soltanto alle critiche di alcuni sindacati di polizia e di quello dei carabinieri, che hanno parlato di “gogna” e di improprio processo parallelo a quello giudiziario, ma anche ai bisticci tra le sale cinematografiche, la casa di produzione Lucky Red e il distributore Netflix a causa dell’uscita in simultanea su schermo e streaming.
Le associazioni di categoria hanno operato, per questa ragione di simultaneità di uscita, una specie di boicottaggio della pellicola, che è stata purtroppo confinata in una lista piuttosto ristretta di sale (se pensate che a Milano sono solo 3 a trasmetterlo questa sera mentre a Torino ce n'è una appena). A questo si è poi aggiunta la querelle tra Lucky Red e le varie associazioni e spazi sociali che intendevano promuovere una visione collettiva del film, con la richiesta da parte dei primi di attendere almeno un mese dall’uscita del film “per non danneggiare chi ha investito sulla pellicola e gli esercenti che hanno scelto di trasmetterla nelle loro sale.” Nel calderone è finito pure Facebook, che ha cancellato tutti gli eventi dedicati a tali proiezioni ( se avevate messo "parteciperò" ve ne sarete accorti) attirandosi non poche critiche. Ma se da un lato ci sono tutti questi ingarbugli, francamente poco interessanti peroni, specie se affiancati alla vicenda di cui parla il film, dall'altra c'è un Borghi, meraviglioso portavoce di "suo fratello Stefano".

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Insieme a lui, ve lo diciamo anche noi: siate coraggiosi, siate aperti all'ascolto, andate al cinema a vedere quello che non dovrà mai più accadere. Che vi riguardi o meno.

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