Queste storie vere sono la dimostrazione che andare in ufficio con il proprio cane fa solo un gran bene

Il 22 giugno è la Giornata mondiale dei cani in ufficio: roba da fanatici animalisti? Non proprio, piuttosto un benefit concesso da aziende illuminate che rende tutti più felici e produttivi

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Andrew Neel / Unsplash.com

Il 22 giugno è la Giornata mondiale dei cani in ufficio. Roba da fanatici animalisti? In realtà no: siamo andati a visitare le aziende illuminate che concedono ai loro dipendenti di portare il cane al lavoro. E abbiamo scoperto che, a dispetto dei pregiudizi, in un ambiente pet friendly sono tutti più felici ma anche più produttivi.

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Tra i manifesti delle mostre di Mirò e Picasso Olivia è una presenza amichevole e discreta. Nelle stanze dell’ufficio Cultura del Comune di Genova, Olivia è un’impiegata speciale, perché ha la coda. La segugina, adottata al canile, è uno dei cinque cani che frequentano l’ultimo piano dello storico Palazzo Ducale, grazie all’assessore Elisa Serafini: «L’idea mi è venuta la scorsa estate», spiega Serafini, «quando mi sono resa conto della necessità di alcuni colleghi di portare il cane con sé al lavoro. Amelia, un volpino, era già stata in ufficio senza che mi accorgessi della sua presenza e tutti si erano trovati bene. Amo moltissimo gli animali, dunque ho deciso di permettere l’accesso ai cani stilando un regolamento interno, che prevede la presenza di un solo quattrozampe alla volta, purché tutti siano d’accordo. Basta anche un solo diniego e i cani non entrano. In realtà, grazie alla loro presenza sono migliorati i rapporti e si sono appianati i conflitti. E un cane in meno al canile è anche un costo in meno per il Comune».

Parte dello staff dell’ufficio Cultura del Comune di Genova con l’assessore Elisa Serafini (a sinistra) e il segugio Olivia. "Abbiamo dato l’esempio a tutti", spiega Serafini. "Mi hanno contattata oltre 50 amministrazioni pubbliche per conoscere il nostro regolamento interno".
Gloria Ghiara

L’esperimento, dunque, si è rivelato un successo, ma ha scatenato polemiche in tutta Italia. «C’è chi mi ha scritto chiedendomi se si poteva portare anche una capra, chi ha obiettato che i cani non c’entrano con la cultura», ride il giovane assessore, «ma la realtà è che in ufficio ho una pila di curriculum di impiegati che vorrebbero venire a lavorare qui: poter portare il cane in ufficio è universalmente considerato un benefit». La 29enne Serafini – che ha lavorato nel privato prima di approdare alle istituzioni ed è socia della startup Talent garden, piattaforma che connette professionisti del digitale, della tecnologia e della creatività (talentgarden.org) – sa bene che a portare avanti politiche pet friendly sono le aziende all’avanguardia, prime tra tutte i colossi hi-tech.

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Isabella Mazzeo, sales manager a Google, nel quartier generale di Milano con Jackie, il suo cocker spaniel di 3 anni. "Ho sempre desiderato entrare in questa azienda, per il tipo di lavoro, certo, ma anche perché ha grandi attenzioni verso i dipendenti. La possibilità di portare il proprio cane in ufficio è una di queste".
Alberto Dedè e Bruno Pulici

Capofila d’eccezione è Google, che si definisce una dog company e ha inserito la presenza dei cani accanto alla scrivania nel suo “codice di condotta” ufficiale. Isabella Mazzeo lavora in Google da tre anni: desiderava da tempo un cane ma non sapeva come avrebbe potuto gestirlo lavorando tutto il giorno fuori casa. Una volta assunta, ha adottato il cocker spaniel Jackie, uno dei doogler che hanno accesso regolarmente negli uffici di Google a Milano. Una faccenda normale, soprattutto a Londra e negli Usa (dove un’azienda su cinque è pet friendly), ma non in Italia, dove le perplessità non mancano: a cominciare dai dubbi sulla produttività del lavoratore. «In realtà la mia giornata si svolge come quella di tutti gli altri a Google», spiega Isabella. «La mattina accendo il computer e controllo le email, nel frattempo Jackie fa il suo giretto per salutare il team, poi si sistema nella sua cuccia. Partecipo ad alcuni meeting in videoconferenza o di persona; se il meeting è informale e so che ci sono persone che gradiscono la presenza di un cane, può capitare che porti Jackie con me. Durante la pausa pranzo le faccio fare un giretto e nel pomeriggio continuo con il mio lavoro. Se devo uscire per servizio spesso i miei colleghi le danno un’occhiata. C’è anche chi fa una pausa per coccolarla o lanciarle la pallina». Accetterebbe un altro posto di lavoro se non le permettessero di portare il cane? «Ora come ora, dovrei pensarci su».

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L’indagine Pets at work survey 2017 di Purina conferma il trend: nella scelta di un nuovo posto di lavoro la possibilità di portare con sé il cane è considerato il quinto benefit più importante in una lista di 15, prima ancora dell’auto aziendale. E tra i millennial il risultato è anche più clamoroso: per i giovani è il terzo benefit (41 per cento) in ordine di importanza, dopo il lavoro agile (64 per cento) e il work-life balance (44 per cento). Il motivo è presto detto: studi delle università della Virginia, di Miami e del Mississippi dimostrano che i cani in ufficio migliorano benessere, soddisfazione professionale e produttività, oltre a diminuire le assenze per malattia e favorire il gioco di squadra.

Maddalena Bianchi, 30 anni, brand manager del marchio di pet food Felix con il chihuahua Hulkie, e Raffaele De Crescenzo, 37 anni, demand planner di Purina, con il bulldog francese Franklin. Per entrambi la presenza dei cani al Campus Nestlé di Assago (Milano) facilita e migliora i rapporti con i colleghi.
Alberto Dedè e Bruno Pulici

«Siamo tutti più felici e rilassati, e lavoriamo meglio», confermano gli impiegati genovesi, come gli altri protagonisti delle nostre foto. «Anche io non avevo un cane perché avrei dovuto lasciarlo a casa tutto il giorno da solo: la possibilità di portarlo con me al lavoro mi ha permesso di realizzare un sogno», dice Raffaele De Crescenzo, dipendente dell’azienda di pet food e pet care Purina, mentre lancia la pallina a Franklin, il bulldog francese che accende un sorriso sul viso di tutti quando fa il suo trionfale ingresso nell'area relaxs.

Raffaele è uno dei 40 dipendenti che partecipano al progetto Pets at work, che consente di portare con sé il cane negli uffici del nuovo Campus Nestlè ad Assago (Milano). «Un’iniziativa lanciata nel 2014 per facilitare la vita a una dipendente», spiega Marco Travaglia, direttore generale di Purina Sud Europa, «che doveva correre a casa due volte al giorno per accudire Drake, il suo golden retriever. Oggi sono circa 40 gli impiegati con il patentino richiesto per portare Fido in ufficio, che prevede un esame con veterinario ed educatore cinofilo e il rispetto di una serie di regole per garantire sicurezza e benessere di tutti, e i benefici della presenza dei cani hanno convinto anche gli scettici. Non è una visione “petcentrica”, ma una forma di welfare aziendale che ha ricadute positive sull’intero ambiente lavorativo, tanto che mettiamo a disposizione la nostra esperienza per le aziende che vogliono avviare progetti simili (purina.it/cani-in-uffici)».

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A chi si pone il problema dell'igiene e delle allergie basterebbe un giro qui al Campus Nestlè di Assago, un grande e moderno palazzo, per capire che con la giusta organizzazione tutto è possibile: si può scegliere, per esempio, se salire su un ascensore pet friendly o su uno vietato ai cani, e tutto è chiaramente indicato. L'unico piano del palazzo in cui i dipendenti possono venire a lavorare con i cani è il piano di Purina, ma visto che qui vige anche losmart working, gli altri dipendenti Nestlé possono a turno occupare con il loro cane una delle postazioni a rotazione dedicate. Ai cani è dedicata anche un'intera stanza, praticamente una pet nursery, con le ciotole per bere e mangiare e per asciugarli e pulirli in caso di pioggia. C'è chi contesta che nelle aziende dog friendly si pensi ai cani piuttosto che ai bambini: «Da noi non c'è problema», risponde sorridendo Marco Travaglia, «abbiamo anche l'asilo nido».

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Alessandro Siviero, 46 anni, capo magazziniere della casa editrice Mursia a Milano, con Luna, amstaff di 15 mesi. "La porto con me al lavoro da quando aveva 5-6 mesi: è un cane grande e di una razza impegnativa, ma si è adattata benissimo in un ambiente dove c’è un continuo viavai di persone".
Alberto Dedè e Bruno Pulici

Quanto gli animali portino gioia tra le scrivanie non c’è bisogno di spiegarlo a Fiorenza Mursia, chioma smeraldo e una muta di cagnolini che ne precede l’arrivo negli uffici della casa editrice che porta il suo illustre cognome e che, non a caso, dedica diverse collane di libri proprio ai nostri amici animali. Qui da sempre regna una felice e spontanea anarchia di quattrozampe e bipedi, su cui regna l’insolita presenza di un morbido e bellissimo gatto, che ha fatto di questi uffici la sua casa e che, sornione e pacifico, si stende sulle scrivanie in cerca di carezze (e di pisolini): «Ci si abitua in maniera spontanea: spesso chi non ama gli animali semplicemente non li conosce; e se succede che qualcuno sporca, semplicemente si pulisce. Se un collaboratore è allergico si trova la soluzione, come è già successo», spiega Fiorenza Mursia. «Certo, non tutti gli animali sono adatti: per esperienza personale sconsiglio il pappagallo».

Fiamma Rosselli del Turco, 44 anni, lavora alla direzione commerciale della casa editrice Mursia e qui è con Gatto. "Il micio vive in ufficio e tutti ci prendiamo cura di lui. È una presenza rilassante, mai invasiva, che trasmette serenità e allegria.".
Alberto Dedè e Bruno Pulici

Elisabetta Franchi: animalista fashion

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Elisabetta Franchi, stilista bolognese amata anche dalle star di Hollywood, è una convinta animalista e sostenitrice della moda cruelty free.

La stilista ama così tanto gli animali da aver aperto le porte della sua azienda, nella campagna bolognese, ai cani dei dipendenti. «Amo da sempre gli animali, soprattutto i miei cani (e ne ho otto). E così, quattro anni fa, è nato il progetto Dog Hospitality. Trovavo molto egoistico incoraggiare i miei collaboratori ad adottare un cane che poi avrebbero dovuto lasciare solo in casa tutto il giorno. Così, ho aperto le porte dell’azienda ai quattrozampe: ogni dipendente è libero, come me, di portare con sé il proprio cane al lavoro. A volte lo fanno in tanti, a volte meno, a volte è il caos, ma è comunque sempre una gioia. Questa scelta ha portato effetti positivi per tutti, lo stress sul lavoro è diminuito e i miei collaboratori sono più sereni. Insomma, proprio come accade con la pet therapy. Adoro gli animali anche per questo: il loro affetto costante e la loro presenza rendono migliori noi stessi e le nostre vite, ogni giorno».

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Un libro spiega come affrontare la morte di un animale domestico

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«Era solo un animale!». Quante volte, di fronte alla scomparsa di un cane o un gatto, abbiamo visto sminuire la sofferenza della perdita? Il dolore negato. Affrontare il lutto per la morte di un animale domestico (Graphe.it edizioni, 42 pagine, euro 6), è il primo, preziosissimo libro dedicato alla pet loss. Firmato dallo psicologo e psicoterapeuta Pier Luigi Gallucci, esperto in elaborazione del lutto, il saggio riconosce la “legittimità” di questo dolore – che spesso viene nascosto perché ritenuto socialmente inaccettabile – dato che gli animali domestici sono parte integrante del nostro vissuto quotidiano, e su di essi proiettiamo emozioni profondissime. Nulla da nascondere, dunque, ma piuttosto un vero lutto da elaborare. Anche con l'aiuto dello psicologo, se necessario. Il libro nasce anche dall'esperienza del dottor Gallucci, che sul suo blog Lo studio dello psicologo a Torino ha ospitato una vivace discussione proprio riguardo alla pet loss, la morte di un animale domestico.

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