Entrare in una setta è semplicissimo, uscirne è un incubo: le testimonianze di chi ci è riuscito

In Italia ci sono almeno 500 gruppi sospettati di abuso psicologico, e 4 milioni di persone ne fanno parte. Pochi riescono a venirne fuori: Gioia! ha incontrati alcuni di quelli che ce l’hanno fatta

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Edwin Andrade / Unsplash.com

Era il 1981. Il mistico indiano Osho arrivò in Oregon per fondare una comune. Nacque così, in un ranch da 64.000 acri, Rajneeshpuram. La storia di quegli anni e dei suoi protagonisti – uno su tutti l’inquietante e aggressiva Ma Anand Sheela, segretaria personale di Osho – sono diventati materia narrativa nell’affascinante docuserie Netflix Wild wild country. In contemporanea, il gioco Far cry 5, in cui protagonista è un santone che crede di essere Dio, vende oltre un milione di copie e Quentin Tarantino annuncia che trarrà dal libro di Ed Sanders, La famiglia (Feltrinelli), il suo nuovo film: cuore della narrazione sarà la scia di violenza perpetuata da Charles Manson e dalla sua setta.

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Charles Manson in tribunale nel 1969: fu giudicato colpevole, insieme a tre donne della sua setta, dell’omicidio dell’attrice Sharon Tate e di altre tre persone.
Getty Images

Improvvisamente, il mondo dello spettacolo pare essersi accorto di quella realtà che esiste, ma che difficilmente si vede perché avvolta nel mistero, salvo poi rivelarsi in tutta la sua violenza all’improvviso. Esattamente come accade in Italia. Me ne sono accorta, di questa Italia, incontrando persone e specialisti, immergendomi con un collega nelle loro storie, nel loro dolore, nella loro rivincita, per la scrittura di un libro che uscirà a ottobre. È un’Italia che affiora quando meno te lo aspetti attraverso un dettaglio: un amico in ospedale che non vuole più fare trasfusioni, una collega che comincia a vestirsi solo di giallo, una cugina che si chiude in casa a ripetere un mantra incomprensibile cinque ore al giorno. Ma è un’Italia che coinvolge circa 4 milioni di persone. Sono dati non ufficiali, perché l’ultima relazione del Viminale risale al 1998, vent’anni fa. Inquadrava già allora la presenza di 76 movimenti. Oggi se ne contano più di 500. Censirli è praticamente impossibile: i gruppi nascono e muoiono con grande rapidità, e sapere qualcosa dei culti africani o latinoamericani è complicato. «Ma tutti i gruppi che usano tecniche di manipolazione occulte o non dichiarate per ridurre la coscienza e indurre sudditanza da un punto di vista economico, lavorativo e sessuale, dovrebbero essere tenuti sotto controllo», nota Patrizia Santovecchi, presidente dell’Osservatorio nazionale abusi psicologici (Onap). Missione difficile, ma necessaria.

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Comunità chiuse

Secondo le distinzioni evidenziate dal sociologo Enzo Pace nel suo saggio Le sette (Il Mulino), queste possono essere inserite in quattro macro categorie (radicali, ascetico-intramondane, mistico-realistiche e terapeutiche-sincretistiche), a seconda della volontà di cambiare la società e del sincretismo operato. Nel mondo non è possibile tralasciare Scientology, già al centro del documentario-inchiesta di Alex Gibney, Going clear, mentre in Italia, come nota Pace, fra le organizzazioni più discusse si contano anche i Testimoni di Geova. Suscita periodicamente interrogativi anche la Soka Gakkai, religione riconosciuta dallo Stato, con 85.000 fedeli, che rifiuta categoricamente la definizione di setta. «La Soka però», ammonisce Toni Occhiello, presidente dell’Associazione italiana vittime sette (Aivs), «si ammanta di buddismo. La stessa Unione Buddista italiana non ha riconosciuto l’organizzazione per l’infondatezza delle sue basi dottrinali». Occhiello conosce bene quello di cui parla: «Sono stato uno dei primi sokani in Italia. Abitavo negli Stati Uniti e la mia fidanzata dell’epoca mi fece avvicinare. Lei uscì poco dopo, io ci sono rimasto per trent’anni. Ero entrato in pieno nel meccanismo, che ti fa sentire in colpa di tutto. Perché tutto, dal lavoro alla vita privata, per loro è collegato a quanti mantra (daimoku) pronunci e a quante offerte in denaro fai».

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Un abbraccio tra fedeli in una comunità della Baviera.
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Ma non è tutto. Nel nostro Paese ci sono vere e proprie comunità. Il caso più eclatante è quello di Damanhur, tra Torino e Aosta, che occupa un’intera vallata dove oggi vivono circa 600 persone e altre 400 risiedono nelle vicinanze. Nata nel 1975 su ispirazione di Oberto Airaudi, Damanhur si definisce “Federazione di comunità spirituali”, ha una propria moneta (il “credito”), scuole per i bambini degli iniziati, inno, Costituzione, aziende e il partito “Con te per il Paese”, che da anni amministra il paese piemontese di Vidracco. Entrare nella comunità vuol dire cambiare il proprio nome con quello di un animale e di una pianta. «Il nome deve essere approvato da tutta la comunità. È un processo laborioso che porta a una nuova identità», mi racconta F., un fuoriuscito. Appassionato di ufologia, F. legge di Damanhur su una rivista. «Era il 1999. Visitai la comunità, ma avevo molti dubbi. La curiosità mi spinse a frequentare degli incontri nella loro sede toscana, e dopo un paio di mesi mi avvicinai ulteriormente». F. segue dei corsi di alchimia e pranoterapia («a pagamento»), si trasferisce in Piemonte e si innamora. Trascorre più di dieci anni nel regno fondato da Oberto Airaudi, autobattezzatosi Falco Tarassaco, che credeva di essere la reincarnazione di Horus, il dio egiziano del Sole. «Per dieci anni», continua F., «la mia vita è stata scandita dai corsi esoterici obbligatori, e dai lavori per la comunità in nero o gratis. Quando sono uscito non avevo niente in mano: per tutto quel tempo non avevo versato alcun contributo, e per lo Stato non esistevo».

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Uscire dal silenzio

Ascoltare i fuoriusciti è guardare le storie da un’altra prospettiva, che si scontra con quella delle comunità interessate e, a volte, con la Freedom of belief (Fob), federazione di associazioni che si battono per la libertà di religione, credo e pensiero. Tra le testimonianze più note, quella di Michelle Hunziker, che nel libro Una vita apparentemente perfetta (Mondadori), ha raccontato i cinque anni vissuti nella rete della Maga Clelia, e dell’attrice americana Rose McGowan, che in Brave (HarperCollins) ha svelato il dramma della sua infanzia italiana nella comunità dei Bambini di Dio, a Certaldo. Sette anni fa, due giornalisti d’inchiesta, Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli, tracciarono il quadro della situazione italiana nel libro Occulto Italia (Bur Rizzoli), considerato una sosta di testo eretico dalle organizzazioni protagoniste. «Abbiamo però saputo che molti l’hanno letto, e poi hanno abbandonato le sette di cui facevano parte», racconta Pitrelli. «All’epoca le informazioni erano molto più difficili da reperire. Non c’erano i social network, che stanno svolgendo un ruolo enorme nel “bucare” la bolla di silenzio in cui queste persone sono costrette a vivere». Erano gli Anni 90 quando l’antropologa Cecilia Gatto Trocchi firmava Le sette in Italia, ormai introvabile: «L’Italia», scriveva, «un tempo feudo del cattolicesimo, tra poco non avrà più nulla da invidiare alla California, patria conclamata delle iniziazioni esoteriche». Superfluo ribadire quanto avesse ragione.

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Chi aiuta le vittime

«Quando una persona esce da una setta», spiega Lorita Tinelli, fondatrice del Centro studi abusi psicologici (Cesap), «è disorientata. Se si è affiliata nel corso della propria vita adulta, deve riconoscere l’errore e mettersi profondamente in discussione. Se invece è nato all’interno della setta, come adepto “di seconda generazione”, non ha alcuna idea del mondo e dunque deve alfabetizzarsi, deve capire le situazioni e le dinamiche della quotidianità». Trovare un lavoro, ma anche pagare una bolletta o andare a fare la spesa, possono rivelarsi missioni complicatissime. «Nei gruppi», continua Tinelli, «il mondo esterno viene descritto invariabilmente come pericoloso e fuorviante. Alcuni fuoriusciti così sono portati a entrare in altri gruppi per ricreare le uniche dinamiche che conoscono, altri invece riescono a chiedere un aiuto specializzato e cominciano a liberarsi».

Il percorso è comunque sempre molto complesso. Nel nostro Paese, al contrario di quanto accade in Francia, non esiste un reato di plagio, tuttavia numerose associazioni si occupano di aiutare i fuoriusciti dalle sette. Tra queste, oltre al Cesap di Lorita Tinelli in Puglia (cesap.net), in Toscana c’è l’Onap di Patrizia Santovecchi (onap-italia.org) e a Bologna il Gris (gris.org); c’è poi anche un’Associazione familiari delle vittime delle sette (favis.org) e un valido aiuto è offerto dalla Sas, o Squadra anti-sette della Polizia (poliziadistato.it).

Il caso dei davidiani

David Koresh, il guru della setta dei davidiani, morì nel 1993 insieme ad altre 75 persone, a Waco in Texas, sede della sua comunità, dopo un assedio
di 51 giorni da parte dell’Fbi. Nella foto sotto, David Jewell con la figlia Kiri, che gli fu affidata dopo la scoperta che la madre cercava di farla entrare nella setta.

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Novità in libreria

Esce il 31 maggio 2018 per Feltrinelli L’educazione, memoriale shock di Tara Westover, che oggi è una storica di 31 anni, laureata a Cambridge, dove abita. Figlia di una coppia di integralisti mormoni che vivevano isolati con sette figli tra le montagne dell’Idaho, è cresciuta senza scuole, né medici, né documenti anagrafici. Il libro è la storia del suo riscatto, iniziato a 17 anni, quando decise di presentarsi, da autodidatta, agli esami di ammissione all’università. (M.C.)

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