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Olimpiadi 2016: 4 storie di riscatto di atleti a Rio

Si gioca anche per i sogni, in un Paese, il Brasile, che prova a risollevarsi da povertà, violenza, guerre e dai propri demoni: ecco i racconti di 4 giovani che questi Giochi li hanno voluti fortemente

olimpiadi 2016 favelas rio 2016
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Si gioca per la vita, ma anche per i sogni. Quando chiedevano a Madre Teresa perché fosse rimasta a Calcutta, lei rispondeva: c'è sempre un posto dove puoi essere straordinario. Lo sport è quel posto e inventa vite per tutti. Prendete le Olimpiadi 2016, i Giochi olimpici, una favela disperata, quella di Alemão, a nord della città. In Brasile non solo luoghi meravigliosi da vedere, ma anche popolazione fantasma, mai accertata, grumi di umanità, 80- 120 mila persone, notti rumorose, 191 colpi di arma da fuoco all'anno, 600 narcotrafficanti, 44 accessi alla bidonville, e in mezzo un gruppo di bambine in tutù che fanno il plié. Na ponta dos pés si chiama il progetto del balletto, nato nel 2012. È un sogno in punta di piedi. Un accesso al futuro dove c'è solo un senso unico, senza scampo: delinquere.

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Tuany Nascimento è l'insegnante, è nata e cresciuta qui, poteva avere una carriera internazionale nella danza, ha preferito fondare una scuola, credere nell'arte, dare un altro destino alle ragazze. Offrire una speranza: balletti veri, non quelli della morte. Lo sport a volte riesce: a saltare più in là. Oltre la povertà e la disperazione. E i Giochi olimpici ogni quattro anni illuminano esistenze in ombra, di cui nessuno sa. Racconti di riscatto e di vite capovolte. 

1. La storia di Dipa Karmakar

Dipa Karmakar, 22 anni, è la prima ginnasta indiana ai Giochi. Quando ha debuttato non aveva neanche le scarpe e il costume cucito in casa era troppo grande. È una delle poche che sanno fare il proudnova, uno dei volteggi più difficili della ginnastica artistica, un doppio salto in avanti raccolto. Velocità, potenza, precisione. «Sono una delle cinque ginnaste al mondo a saperlo fare», dice. Prima di lei l'India nella ginnastica artistica ha portato alle Olimpiadi 11 atleti, ma tutti uomini e mai una donna. Adesso, c'è lei. «Per raggiungere un obiettivo devi correre dei rischi». Moltissimi, per una che viene dal piccolo stato del Tripura, uno dei più poveri dell'India. «Quando ho iniziato, la mia palestra non aveva nemmeno l'attrezzatura necessaria. C'erano topi e scarafaggi». Ora Dipa è una celebrità: «Mi fermano per strada e chiedono autografi e selfie come se fossi una star di Bollywood». Lei non si fa sedurre: «Come sarà il mio futuro marito? Non riuscirà a controllarmi, perché io non voglio restrizioni».

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2. Yusra Mardini: da profuga alle Olimpiadi 2016

La curva dove tutto cambia.Un anno fa Yusra Mardini 18 anni, siriana di Damasco, si è salvata da un naufragio nelle acque della Grecia mentre fuggiva dalla Siria su un gommone con altre 20 persone. Lei, sua sorella Sarahe un'altra persona nuotano per tre ore fino a Lesbo trascinando l'imbarcazione col motore in avaria Ce la fanno tutti. A piedi, la nuotatrice Yusra cammina attraversando Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria, infine ottiene lo status di profugo in Germania. Vive e nuota a Berlino, adesso, ed è a Rio 2016 con la squadra dei rifugiati 10 atleti fuggiti dalle violenze (2 dalla Siria, 2 dal Congo, 5 dal Sudan e 1 dall'Etiopia) che gareggeranno sotto la bandiera del Cio, il comitato olimpico internazionale. «Voglio mostrare a tutti che, dopo il dolore e la tempesta, vengono giorni calmi», dice. 

3. Daniah: «Voglio rendere orgoglioso il mio Paese»

Non ditelo a Daniah: unica tuffatrice libica che è ai Giochi olimpici 2016 grazie alla Help fund Daniah's Olympic dream, la campagna fondi lanciata dai suoi sostenitori. «Ho iniziato a prendere lezioni di nuoto quando avevo 3 anni, solo per imparare come si faceva. A 12 ho deciso di allenarmi bene, per gareggiare». La Federazione nuoto libica, a causa dei cinque anni di guerra civile, non ha le risorse sufficienti per realizzare il suo sogno. E così lei si organizza: si trova un allenatore e lancia una sottoscrizione. Inizia a nuotare a Malta e con una borsa di studio vola in Gran Bretagna. «Voglio rendere orgoglioso il mio Paese. Spero che traggano ispirazione per fare lo stesso».

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4. Anthony Ervin, dopo la depressione il ritorno a Rio 2016

Anthony Ervin l'ispirazione l'ha trovata dentro se stesso. Sarà ai Giochi Rio 2016. A 35 anni si è preso le sue terze Olimpiadi, dopo aver vinto a Sydney ed essere sprofondato nel baratro mille volte. Ervin è il secondo nuotatore statunitense più anziano della storia a qualificarsi per i Giochi olimpici, dietro soltato a Jason Lezak che a 36 anni ce la fece a Londra 2012. una storia di ascese e di cadute quella dell'afro-americano pieno di talento e follia: ebreo, buddista praticante, rocker. A Sydney 2000 è oro nei 50 stile libero,primo afroamericano a riuscire a vincere un titolo olimpico, e argento nella 4×100. Un anno dopo all'Università di Berkeley, in California, si butta via: non nuota, né studia, ma beve e si droga. 

Due ori mondiali nel 2001, poi di eccessi alcolici e chimici, problemi con la giustizia (è arrestato), abbandona gli studi e la piscina a soli 22 anni. Si mette a lavorare in un negozio di dischi, fa tatuaggi, si unisce a una rock band di New York. Vende su eBay nel 2003 la sua medaglia d'oro olimpica per aiutare i sopravvissuti dello tsunami. Finché un suo amico non gli offre un posto come istruttore di nuoto in un club a New York. Accetta. Smette di fumare e di bere. L'acqua lo rigenera. Nel 2007 si laurea, tre anni dopo ricomincia ad allenarsi anche per combattere la depressione. Rientra in gara nel dicembre 2011, ai mondiali di Barcellona 2013 è sesto nella finale dei 50 stile libero, l'anno seguente vince il titolo nazionale. Scrive un libro: Chasing the water dragon: a tale of talent, turbulence, and transformation (Cacciando il drago d'acqua: un racconto di talento, turbolenza e trasformazione). I Giochi sono anche questo: ballare sulle favole.

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