Intervista esclusiva a Samantha Geimer, stuprata da Polanski, che oggi dice "non sono una vittima"

Quando aveva 13 anni fu stuprata da Roman Polanski, ora ne ha 54 e per la prima volta parla con un giornale italiano per dire alle donne: "Le cose brutte accadono, ma la forza di superarle è più interessante della vostra disperazione"

Samanha Geimer intervista
Getty Images

«Qualche volta, quando vedo le esagerazioni e le volgarità nelle cronache di quel che mi è successo, mi sembra di leggere della pornografia. C'è un elemento voyeuristico». Quel che le è successo era storia anche prima che la violenza contro le donne diventasse un tema di moda. Nell'inverno del 1977 Samantha Geimer si chiama ancora Samantha Gailey, non ha neppure 14 anni, e vuol fare l'attrice. Incontra Roman Polanski a una festa, lui si offre di farle delle foto per l'edizione francese di Vogue, la mamma di Samantha pensa sia una grande occasione. La ragazzina e l'allora 44enne regista finiscono a casa di Jack Nicholson, dove Polanski le dà tranquillanti, champagne, e la stupra.

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Roman Polanski nel 1977 all'uscita del tribunale di Santa Monica, California, circondato dai giornalisti.
Getty Images

Ne segue un disastro mediatico e giudiziario che riassumeremo così: la madre di Samantha viene raccontata come un'arrampicatrice sociale che ha infilato la figlia nel letto del mostro; Polanski va in carcere per tre settimane e poi, mentre è in attesa del processo, viene a sapere che il giudice (che secondo la Geimer voleva farsi pubblicità) vuole condannarlo a cinquant'anni, quindi fugge all'estero e non rientra mai più negli Stati Uniti; per decenni, finché appunto il tema non diventa di moda, tutte le celebrità difendono Polanski (la più accanita nella difesa è Mia Farrow; si scuserà, con un tweet, il mese scorso, con 41 anni di ritardo); dopo aver cambiato nome, Samantha vive più di vent'anni in incognito, finché si sente pronta ad avere un'identità pubblica; nel 2009, il latitante Polanski viene arrestato in Svizzera; per un po' sembra che il caso si riapra, e la Geimer esasperata racconta la propria storia in un libro (mai uscito in Italia) intitolato The girl (se per tutti sei "la ragazza del caso Polanski", tanto vale appropriarti della definizione).

La copertina del libro di Samantha Geiger intitolato The girl - A life in the shadow of Roman Polanski.

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Samantha Geimer vive alle Hawaii, ha tre figli, una nipote, mette su Instagram foto della famiglia alla marcia per le donne e baccaglia su Twitter con chiunque provi a strumentalizzare il suo caso. «Se non è un problema per me, non vedo cosa importi a voi», ha risposto seccata a chi voleva usarla come pretesto per attaccare Tarantino quando è stata ripescata una vecchia intervista radiofonica in cui il regista diceva che il suo non era stato un vero stupro; una posizione che, quando la sensibilità verso certi temi non era di moda, si portava molto: Whoopi Goldberg disse la stessa cosa in tv. Tarantino l'ha poi chiamata scusandosi; quando le cito l'episodio, dice: «Ho una pellaccia dura e un certo senso dell'umorismo: non ho cicatrici permanenti e non ho nessun bisogno che gli altri parlino a mio nome e si ergano a miei protettori».

Finora non ha mai parlato con un giornale italiano, e io esordisco subito con una domanda scema: nonostante sulla copertina del suo libro ci sia una foto di lei adolescente, non riesco a non chiederle se le foto d'epoca non le ricordino l'identità che rifiuta, quella di "vittima" (la prima parola della sua nota biografica su Twitter è "sopravvissuta").

«Non mi danno fastidio, mi servono da promemoria di quant'ero sciocca e imprudente: non avrei dovuto lasciarmi fotografare senza reggiseno di nascosto da mia madre, e invece l'ambizione e l'ingenuità ebbero il sopravvento. Mi hanno detto che la foto di copertina poteva risultare disturbante, ma non capisco perché: io in quel periodo ero così, e in quel periodo c'è una giornata che è finita male, ma la vita è lunga e non lascerò che sia una giornata a definirmi. Cerco sempre di pensare alle persone alle quali sono successe cose anche peggiori. È solo la celebrità di Roman a fare la differenza (Geimer non dice mai Polanski, sempre e solo Roman, ndr)».

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Samantha Geimer nel 2009, in una spiaggia delle Hawaii, dove vive.
Getty Images

Mi sembra che la celebrità sia un punto dirimente in questa vicenda, in molti sensi. Intanto c'è la sua notorietà legata a un fatto traumatico; tuttavia, a un certo punto ha scelto di rinunciare a vivere in incognito. Cosa le ha fatto cambiare idea?

Io non ho mai cambiato idea: è l'opinione pubblica che ha smesso di colpevolizzare me e ha cominciato a colpevolizzare lui. Le conseguenze dell'essere celebri le ho viste così da vicino che non credo sarà mai una mia ambizione; ma mostrarsi è molto più comodo che nascondersi: non devo più aver paura che qualcuno mi scopra o che i paparazzi si nascondano nei cespugli. Non mi pesa rispondere alle domande e affrontare quelli che cercano di manipolare i fatti. Ma la ragione per cui parliamo di questo caso è che è famoso Roman, non io. Una volta pensavo che sarei riuscita a separare la mia storia dalla sua, ma invece pare proprio che saremo legati a vita in questo modo bislacco.

Lei ha stigmatizzato il comportamento del giudice.

Agì in maniera inappropriata e immorale, e di sicuro non per premura nei miei confronti o per senso di giustizia. Era previsto che Roman avesse la libertà condizionata, né io né la mia famiglia volevamo vederlo in galera. Le persone si possono redimere, non è il caso di farle pagare a vita.

Lei l'anno scorso ha chiesto al tribunale di Los Angeles di chiudere definitivamente il caso e lasciare in pace Polanski (il tribunale ha rifiutato non considerando l'interesse della vittima una motivazione sufficiente, ndr). Una posizione piuttosto diversa da quella del #MeToo, che invece contesta persino il concetto di prescrizione.

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Mia madre è una militante femminista. Siamo andate in quattro generazioni alla marcia per le donne. Mi ha cresciuta insegnandomi a rialzarmi dopo ogni colpo. Alle cose brutte e agli incidenti non si può impedire di accadere, ma a contare non è l'abisso della tua disperazione, bensì la tua resilienza. Purtroppo la disperazione e il dolore vengono venduti come più interessanti della forza e della capacità di riprendersi, e alle giovani donne viene insegnata una cosa falsa: che nella sofferenza c'è un valore.

Dopo l'arresto del 2009, lo scrittore Martin Amis intervistò Polanski. Con un certo sconcerto, riportò che Polanski diceva che l'attenzione per un reato sessuale era maggiore di quella che gli sarebbe toccata se avesse ucciso qualcuno. Cito dall'intervista: «I giudici, le giurie: tutti vogliono scoparsi le ragazzine». Rileggendola, mi sono chiesta se quella che sembrava una sparata non contenesse una qualche verità: non ci sarà una componente morbosa nel nostro occuparci di reati sessuali?

Certo che sì! E spero che quelle che raccontano le loro storie e vedono tutti i dettagli spiattellati non finiscano per vergognarsene: l'unico a dover provare imbarazzo è chi ha abusato di loro. Sarà che nel mio caso non è riuscito a fare giustizia neppure il vero tribunale, ma non riesco proprio a considerare la "corte dell'opinione pubblica" come un'alternativa accettabile. Quanto al sesso, Roman ha qualche ragione: è più vendibile dell'omicidio; ma credo che la sua notorietà amplificherebbe anche un assassinio.

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A vedere le sue conversazioni su Twitter, mi pare che lei mandi in tilt la scarsa propensione alla complessità del dibattito intorno alle donne. A proposito di Mia Farrow che si scusava per essersi schierata con Polanski, si è chiesta : «Perché rinnegare un amico proprio ora?»; di Mike Tyson, ha detto che ha pagato il suo debito con la società; a proposito di Aziz Ansari e della ragazza che ha raccontato una serataccia trascorsa con lui, ha invitato le ragazze a non spogliarsi in casa di uomini con cui non intendano fare sesso. In pochi osano rendersi ridicoli dicendole che non sta abbastanza dalla parte delle vittime, tuttavia in quest'epoca di semplificazione da slogan e hashtag è facile la liquidino con qualche etichetta come "voce fuori dal coro".

La vita è complessa: rifiutarsi di andare oltre i dualismi bianco/nero o giusto/sbagliato è una forma di pigrizia. Ci sarà sempre gente cattiva che vuol farti del male: è ridicolo dire alle giovani donne che non devono imparare a proteggersi. Non siamo bambine: possiamo ritenerci responsabili di noi stesse e delle nostre azioni. Certo che se ti stuprano la colpa è solo dello stupratore, ma è così sbagliato dire alle ragazze di non andarsene da un locale con uno sconosciuto? A questi incontri di lavoro nelle stanze d'albergo bisogna proprio andarci da sole? Occorre fornire gli strumenti, la forza e la fiducia necessarie a farsi rispettare, e non credo che aspettarsi che le donne si comportino da adulte sia una forma di colpevolizzazione delle vittime. Quanto alle celebrità che si sono schierate con Roman, non me la sono mai presa con loro, neppure con Mia Farrow che forse esagerò un po': mi sembra comprensibile che un tuo amico stia dalla tua parte e non voglia credere che tu abbia fatto le cose di cui sei accusato. Certo, non mi sfugge l'ironia nel fatto che la domanda di Dylan Farrow, rispetto alle molestie che avrebbe subìto da bambina, sia: «E se capitasse a tua figlia?».

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Proviamo a spiegare perché rifiuta la definizione di vittima.

È una parola statica: quando dici vittima stai parlando di un luogo e un momento preciso, di quel che era quella persona quando le è successa quella cosa. I media ci hanno convinte che ci sia un valore nell'essere vittime, ma è il modo in cui ci sfruttano, non un mezzo per cambiare le cose e progredire. Noi donne siamo abili a capire quando un uomo vuole fare di noi le sue vittime: dovremmo essere altrettanto caute con l'industria dell'intrattenimento e coi media che vogliono sfruttare le nostre sofferenze.

Io e Roman siamo in buoni rapporti. Ogni tanto ci scriviamo: quando dobbiamo parlarci delle faccende legali ancora in corso, preferiamo non mettere di mezzo gli avvocati

Sta per uscire il nuovo film di Polanski (Quello che non so di lei, nelle sale dal 1° marzo 2018, ndr). So che di solito non li vede.

Non ne ho visti molti, ma solo per una questione di gusti cinematografici: posso dire che siamo in buoni rapporti. Ogni tanto ci scriviamo: quando dobbiamo dirci qualcosa rispetto alle faccende legali ancora in corso, preferiamo non mettere di mezzo gli avvocati.

Quando Il pianista era candidato all'Oscar, lei scrisse in un editoriale che «il suo lavoro e la sua bravura nel farlo non hanno niente a che vedere con ciò che mi ha fatto». Quindici anni dopo, sarebbe una posizione rivoluzionaria: oggi ritiriamo le opere per un solo sospetto sulla moralità degli autori, e invitiamo a boicottare chiunque sia accusato di qualcosa: penso a Kevin Spacey, o a Woody Allen che è stato prosciolto dalle accuse da decenni eppure il suo nuovo film rischia di non uscire.

Gli Oscar sono per i film, non per i meriti caratteriali di chi li fa. O stiamo dicendo che non puoi più guadagnarti da vivere, o contribuire in qualche modo alla società, perché hai fatto un errore o infranto una legge? Non mi pare possa funzionare così. Le persone sono complicate, la vita è complicata, e il tuo valore non dovrebbe essere eternamente legato al più pubblicizzato dei tuoi errori. Poi, sei vuoi fare una scelta personale e non far guadagnare qualcuno, naturalmente puoi farlo. Io non ho più comprato un tabloid dopo l'uccisione della principessa Diana: è un piccolo gesto, non voglio dare un centesimo a quei mostri. Ma è una mia decisione individuale. 

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