Valeria Golino, quando l'amore è cieco per davvero

I suoi occhi sono quelli di sempre, i più belli del cinema italiano, ma nel nuovo film di Silvio Soldini l'attrice ha accettato il ruolo di una non vedente: con il vantaggio di scoprire, con l'aiuto del bastone bianco, certe sfumature dell'amore che tanti non vedono

Valeria Golino film Silvio Soldini
Getty ImagesRiccardo Ghilardi

L'agenda di Valeria Golino non lascia scampo. A pochi giorni dal suo arrivo alla Mostra di Venezia, dove era fuori concorso con Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini, e a meno di un mese dal primo ciak del suo secondo film da regista, Euforia (il 23 ottobre 2017), macina appuntamenti con diligenza marziale e spazio per preoccuparsi di altro (i paparazzi, dopo la fine della storia con Riccardo Scamarcio, la inseguono anche di notte), proprio non ne ha.

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L'intervista l'incastra al tavolo del ristorante, tra il caffè e il conto da dividere con le amiche – sullo sfondo, di passaggio, Alba Rohrwacher che lancia un saluto – e l'umore pare alto. A quasi vent'anni di distanza da Le acrobate, torna a Venezia in un ruolo da maneggiare con cura. Una parte rischiosa per chiunque tranne che per lei.

Valeria Golino in un frame della commedia sentimentale di Silvio Soldini, con Adriano Giannini.

Soldini le ha affidato il ruolo di Emma, una non vedente.

Difficile, per tanti motivi. Prima di tutto entri in un universo di percezioni completamente sconosciuto, cambia come ti muovi nello spazio, come «senti» gli altri. E poi non puoi usare il primo e più importante strumento di cui disponi come attore per esprimere le emozioni: gli occhi.

Aggiungo: cadere nella caricatura è facilissimo…

Ah, ma quel rischio c'è sempre, qualsiasi ruolo si interpreti. Fortunatamente con Soldini è impossibile inciampare nella caricatura, perché è proprio la sua poetica a non consentirlo. L'estremo non lo riguarda, non lo interessa. Emma non vede, ma questo è solo un tratto della sua personalità: Soldini non cerca la pornografia del dolore, non lo drammatizza. Anzi, la cosa più interessante è che ha girato una commedia sentimentale che non carica a pallettoni il tema dell'handicap. Emma è una persona risolta, che non porta la cecità come una croce.

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Le metropoli sono giungle per noi, figuriamoci per chi non vede: l'ho provato sulla mia pelle

Come si è preparata al ruolo?

Sul set mi sono aiutata con delle lenti opacizzanti, che levano nitidezza allo sguardo e rendono la pupilla opaca. E poi ho frequentato molti non vedenti, che si sono lasciati «spiare» nella loro quotidianità. Ho avuto una coach, una professionista che lavora con loro e li aiuta a orientarsi nella città. Le metropoli sono giungle per noi, figuriamoci per chi non vede: l'ho provato sulla mia pelle. Ho fatto lunghe passeggiate per Roma, bendata e col bastone. Un'esperienza impossibile da descrivere. Per decidere anche solo di andare in farmacia, in quelle condizioni, ci vogliono una risolutezza e una persistenza incredibili. Ho avuto paura.

Ha scoperto qualcosa, durante quelle passeggiate?

L'udito è fondamentale. Quando attraversi la strada impari a «capire» le macchine, a interpretare gli stadi del motore. E il bastone, che poi è la tua vera guida, non è solo uno strumento che serve a prepararti la strada: è una bacchetta acustica che produce rumori diversi a seconda dell'ampiezza del percorso in cui ti trovi. Sei in un vicolo? O in un viale? E poi ci sono le persone… L'udito ti aiuta a riconoscere il tono della voce, i silenzi, la qualità delle pause dell'interlocutore: sorride? Ti sta guardando?

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Facciamo un gioco. Se dovesse rinunciare a un senso?

Il tatto.

Il senso di cui non potrebbe privarsi?

La vista.

Faccia come Emma: dia un colore a lei e uno ad Adriano Giannini, il suo partner nel film.

Il colore nascosto di Valeria è… l'indaco. Un colore misterioso, che conoscono in pochi. Adriano invece è color carta da zucchero: dolce e tenero.

Valeria Golino in un'altra scena del film, con Adriano Giannini.

Con Giannini, con cui aveva già recitato in Per amor vostro, c'è un feeling particolare.

Adriano è un attore sorprendente. In scena ha la capacità di vivere il momento, fuori dal set è un essere umano unico, fuori dal comune. Ci sono grandi attori che realizzano le loro performance senza accorgersi di quel che gli accade intorno, lui invece ascolta e reagisce a tutto. E poi diciamolo, è anche un bel vedere.

Peccato per le sue lenti opacizzanti.

No no: pure con le lenti Adriano lo vedevo, lo vedevo.

Il gossip, invece, non si può opacizzare. Le piacerebbe?

Magari esistessero lenti a contatto per non vedere, o difendersi da quello che scrivono. Qualche volta i commenti sulla mia vita privata mi feriscono, qualche volta mi fanno ridere. A volte semplicemente non mi importa. In ogni caso, cerco di occuparmene il meno possibile.

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Tornerà a breve a dirigere un film. La regia l'ha cambiata come attrice?

Mi ha fatto capire tante cose. Soprattutto ha sviluppato la mia pazienza. Sono molto più tollerante nei confronti delle continue interferenze sul set, gli ostacoli, le attese, gli incidenti, le sorprese… questo non è un lavoro di quelli che ti metti la cravatta e vai. Alla fine sul set va tutto sempre molto peggio o molto meglio di quel che pensavi.

Fare cinema oggi vuol dire essere legati a un'attività che tutti danno per spacciata

Lei è anche produttrice. Quest'anno a Venezia c'è anche molta Italia: caso o new wave?

New wave. La gente di talento nel nostro Paese c'è e si vede. Mi preoccupa piuttosto che il pubblico non vada a vedere i nostri film. Mi preoccupa che le grandi distribuzioni ci schiaccino, mi turba l'omologazione del mercato. Fare cinema oggi vuol dire essere legati a un'attività che tutti danno per spacciata. Io però sono ostinata: in quella magia ci credo ancora.

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