Sanremo, standing ovation per Ezio Bosso

La nostra intervista al compositore affetto da una forma di Sla che ha incendiato il Teatro Ariston in occasione della kermesse canora: «La musica come la vita si può fare solo insieme»

Intervista Ezio Bosso Sanremo 2016
Getty Images

Se hai la fortuna di incontrare Ezio Bosso dal vivo, come a noi è capitato ben prima che incendiasse il teatro Ariston nella seconda serata del Festival di Sanremo 2016, ti rendi conto che quel che cambia quando lui fa musica sono proprio i suoni che escono dal pianoforte. Straordinari e diversi. «I miei tasti sono più leggeri del normale, più o meno la metà. Ho bisogno di uno sgabello alto. Sto lavorando a strumenti musicali che possano permettere anche a chi come me è disabile di provare la gioia della musica». Affetto da una patologia neurovegetativa - una forma di Sla (sclerosi laterale amiotrofica) - che ne rallenta la deambulazione e la parola, ogni sua frase è quanto mai preziosa.

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Dopo 15 anni passati a comporre colonne sonore – ma se gli chiedi com'è lavorare per Salvatores & Co. si secca un po': «Ne ho fatte poche, solo sei, alla mia età Morricone aveva lavorato a 100 film» – ha pubblicato il suo primo album, The 12th Room, un primo disco di 12 brani e un secondo con una sonata unica seppur divisa in tre movimenti. «Ho scritto l'album chiuso in una stanza. Un'antica tradizione racconta proprio la storia delle 12 stanze, da lì viene il titolo dell'album. Alla fine della vita sono 12 le stanze che ricorderemo, 12 quelle in cui verremo ricordati, ma solo nell'ultima riusciremo a vedere la prima, e saremo pronti a ricominciare il ciclo».

Ezio Bosso al piano al Festival di Sanremo 2016

L'album è stato registrato in teatro, alla presenza del pubblico (che dopo Sanremo 2016 sarà ancor più numeroso e fedele) perché, spiega Bosso, «con il pubblico sono cresciuto, e ogni registrazione fotografa un momento. Tutto è nato da un buffo equivoco: postai su Facebook un messaggio in codice per la donna che amo per farle capire che volevo incontrarla, ma tanti, leggendolo, lo scambiarono come un invito a teatro per seguire la registrazione tutti assieme. Il lavoro del musicista è spesso solitario, ma invece io penso che la musica sia come la vita, che vada vissuta camminando gli uni gli altri fianco a fianco».

La malattia lo rallenta ma certo non lo ferma. «Ogni giorno ho bisogno di imparare a ri-conoscere il mio corpo, capire come cambia e come assecondarlo. Certo la situazione non migliora ma che devo farci? Ogni tanto scherzando dico che mi sono evoluto e mi sono spuntate le ruote. Come essere umano sono grato alla malattia, che assieme alla musica mi ha dato la possibilità di capire che non devo temere la mia fragilità, e che non devo vincere, o essere il più forte, a ogni costo».

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