Madonna, i suoi 60 anni e le sue 60 vite che la rendono una metafora esistenziale

Di origini abruzzesi, nata a Bay City, nel Michigan, il 16 agosto 1958, la popstar è molto più che un’icona: i suoi primi sessant’anni sono un traguardo per tutte, e le sue infinite metamorfosi sono anche le nostre

Madonna
Getty ImagesPeter Noble

La prima volta che Madonna la svociata uscì dalla radio della mia cameretta, avevo 11 anni ed ero già solita formulare in toni definitivi pronostici che non si sarebbero avverati; ascoltando Holiday, predissi che quella tracagnotta venticinquenne sarebbe scomparsa nel giro d’un paio di canzoni: vuoi mettere Cyndi Lauper (era l’anno di robetta come Girls just want to have fun e Time after time).

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La prima volta che l’eccessiva mi comparse nel televisore ne avevo 12, e nella scuola di preti che frequentavo mi toccava portare ogni giorno un grembiule nero che mortificava ogni senso estetico (e un po’ anche la voglia di vivere). Lei era in pizzi bianchi, e braccialetti di caucciù, e crocifissi sì ma che non avevano un’aria punitiva, e leoni, e persino una gondola: a 12 anni non sapevo cosa significasse kitsch, ma se qualcuno me l’avesse spiegato avrei capito che parlava del video di Like a virgin.

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La prima volta che capii cosa significa “rubare la scena” fu in un cinema coi compagni di classe; avevamo 13 anni, c’interessava solo far casino, ma persino a noi era chiaro che quella Rosanna Arquette non aveva speranze di farsi notare: Cercasi Susan disperatamente era il film della non professionista Ciccone.

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La prima volta che presi in considerazione Sean Penn fu perché se l’era sposato lei, e la prima volta che vidi un film di Howard Hawks fu perché, su Gli uomini preferiscono le bionde, lei aveva ricalcato il video di Material girl: avevo 13 anni, e non sapevo cosa significasse “egemonia”, ma se qualcuno me l’avesse spiegato avrei capito che intendeva Madonna.

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La prima volta che mi arresi al fatto che Madonna faceva parte della mia vita fu quando me la salvò: era l’autunno dell’86, il video di Papa don’t preach era stato in tv tutt’estate, lei aveva i capelli corti e quella maglietta con su scritto che gli italiani lo fanno meglio, e insomma babbo non farmi la predica non sono più una ragazzina; io avevo 14 anni, ero chiusa in un collegio di suore, e tre decenni dopo ancora non so dire se True blue sia il più venduto dei suoi dischi perché è effettivamente un capolavoro, o perché eravamo in tante a cercare ispirazione per farci cacciare dal collegio.

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La prima volta che la blasfema si fece sgridare dalla chiesa cattolica fu per un videoclip in cui si faceva le stimmate con un coltello, come una truffatrice di mezza tacca, e un santo nero scendeva dalla cripta per limonarla, e c’era persino una croce in fiamme; tutti si concentravano sul video, e la me diciassettenne trovava inspiegabile che fingessero di non accorgersi che Like a prayer non era mica un inno mistico: era la descrizione d’una scena di sesso orale.

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Getty ImagesBrenda Chase/Online USA

La prima volta che lessi un’intervista alla disciplinata negli anni 90 ancora me la ricordo: pensai che non eravamo più le stesse, io ero andata a vivere da sola e lei aveva smesso di pesare quel mezzo chilo di troppo che bastava a farla definire «pienotta» dai giornali (ancora non si diceva curvy, ancora non eravamo così privi di senso del ridicolo da pensare che in inglese fosse tutto più accettabile). Qualcuno le chiese che dieta aveva fatto, come mai quella che stava con Warren Beatty in Truth or dare fosse così sottile, e lei rispose secca: «Mi ero stufata di essere una ragazza grassa». (Non sarebbe mai più ingrassata, ma questo allora non lo sapevo: ancora non sapevo cosa fosse la tigna, allora, e quanto quella fosse la vera lezione della signora Ciccone, e quanto mi sarebbe servita quando non avessi più avuto 19 stupidi anni).

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La prima volta che sentii nominare Robert Mapplethorpe – che era stato un fotografo importantissimo nonché un amico di Madonna negli anni newyorkesi, quelli in cui frequentava il mondo dell’arte e si fidanzava con Basquiat, ma tutte queste cose io mica le sapevo – fu quando il New York Times stroncò Sex, il libro fotografico che Madonna pubblicò in anni in cui se volevi far vedere com’eri in forma nuda ti toccava rilegarti, mica potevi metterti su Instagram: «Un immaginario di seconda mano rubato a Mapplethorpe», scrisse il NYT, e io annuii forte come una ventenne scema che vuol sentirsi colta prendendo le distanze dai poster con cui è cresciuta.

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La prima volta in cui la cantante che non sapeva cantare, l’attrice che non sapeva recitare, la starlette che non doveva durare, la prima volta in cui la trinità cicconica decise che s’era scocciata d’essere sottovalutata era metà degli anni 90. Madonna impiegò un docente di canto e uno di educazione fisica: dal primo ottenne Evita e dal secondo Lourdes Maria Ciccone Leon. Aveva 38 anni, era stato un volo a planare dentro le nostre peggiori resistenze, e finalmente era una signora.

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La prima e unica volta in cui ho comprato un paio di scarpe a fiori è stato perché le indossava Madonna mentre declamava il suo libro di fiabe a una platea di bambini. Era il periodo lady di campagna: aveva fatto i suoi due migliori dischi (Ray of light e Music), aveva sposato un regista inglese, Guy Ritchie, si faceva fotografare mentre dava da mangiare alle galline vestita da sera. Non aveva smesso di irritare la critica: American life, il suo disco politico contro la guerra, la fece spernacchiare come una Pelù qualunque, e il remake di Travolti da un insolito destino (la dirigeva il marito) fu stroncato da tutti (a me piacque moltissimo, ma io avevo comprato pure le scarpe a fiori).

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La prima volta in cui è stata mia coetanea, eravamo nella sala d’aspetto d’un’estetista inglese a New York: il p.r. furbissimo ci aveva dato appuntamenti contigui prevedendo che sedermi vicino a Madonna m’avrebbe fatto più effetto d’una maschera di bellezza. Dalla canotta spuntavano due bicipiti da Popeye che ti facevano passar la voglia d’importunarla, ma aveva in effetti una pelle pazzesca, il che sembrò miracoloso alla scemissima me trentenne che considerava decrepiti i suoi 45 anni.

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Il resto è storia contemporanea: filtri di Instagram con cui giocare alla giovanile, figli che si ribellano (Rocco Ritchie ha quasi 18 anni, e a 15 le ha fatto passare una stagione di capricci e tribunali), altri figli che arrivano (ne ha adottati quattro, e attualmente vive in Portogallo perché il dodicenne David gioca nelle giovanili del Benfica), buone cause: la settimana scorsa era nell’ospedale che ha fatto costruire in Malawi, il Paese in cui sono nati quattro dei suoi figli. Nel video che ha pubblicato su Instagram, ballava il voguing vestita da sala operatoria. Il 16 agosto 2018 compie 60 anni, è già qualche anno che si lamenta dell’ageism, cioè della discriminazione contro le vecchie. E in effetti se si fa fotografare senza guanti le dicono che ha le mani da vecchia, e quando li indossa la sbeffeggiano perché tenta di coprire le mani da vecchia. Sta preparando un nuovo disco, e farà altri concerti in cui si contorce come una ballerina ventenne, mentre noi ci diamo un tono sospirando che insomma, ha un’età, dovrebbe darsi una calmata. La prossima volta in cui la vecchia ci stupirà, ci giurerei, non sarà l’ultima.

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