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Cristiana Capotondi torna al cinema nel ruolo doloroso di una donna che denuncia un capo predatore

Tra le 124 firmatarie del manifesto Dissenso comune, e ora al cinema nel film Nome di Donna di Marco Tullio Giordana, l'attrice romana è in prima linea contro le molestie: invoca un cambio di mentalità e chiama in causa gli uomini

Gettyimages.com

In questa intervista che parla di bianchi & neri e di un'inesplorata nebulosa di grigi, le riflessioni di Cristiana Capotondi, seduta al tavolo di un caffè milanese davanti a un tè verde, attingono a una palette di milioni di colori. Non c'è nulla di scontato nella passione fredda con cui sviscera un tema caldo e attuale come quello dei ricatti sessuali sui luoghi di lavoro. Che è anche al centro di Nome di donna, il nuovo film di Marco Tullio Giordana, al cinema dall'8 marzo 2018, in cui è Nina, ragazza madre e inserviente in una residenza per anziani oggetto delle attenzioni di un direttore e predatore seriale che avrà il coraggio di portare in tribunale. «La sua ribellione non scaturisce da una vocazione eroica, ma dal fatto che la sua coscienza non le offra alternative. Nina non ha una visione ideologica del mondo, è una ragazza semplice. Però, da qualche parte, sa ciò che non deve subire, a costo di non lavorare. La forza di ribaltare un sistema le deriva dalla consapevolezza delle conseguenze emotive che subirebbe, dell'essere umano che diventerebbe, se accettasse certi compromessi». 

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Cristiana Capotondi con Adriana Asti in Nome di Donna di Marco Tullio Giordana, al cinema dall'8 marzo.

Così orgogliosa da rifiutare di vivere alle spalle del compagno.

È una donna che conosce il bianco e il nero, e non ama i grigi. E non vuole ambiguità neanche nel rapporto di coppia. Reclama un principio di indipendenza, lo stesso che ci consente di vivere relazioni paritarie, senza possibilità di fraintendere i sentimenti.

Spolverino di suède e maglia, Falconeri; blusa Antik Batik; jeans United Colors of Benetton; orecchini Je ne sais PA; cintura vintage, Gucci; anelli Stroili.
Giorgio Codazzi
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Il film mostra però anche molte sfumature di grigio.

È uno spaccato che dà conto delle diverse reazioni agli abusi delle donne accanto a Nina, un muro di omertà spiazzante e doloroso per lei. Nina le ascolta senza giudicare: una delle colleghe le confessa di non riuscire a considerare violenza quegli episodi, perché è scampata a una situazione di abusi molto peggiore.

Cristiana Capotondi, al centro, in un altro fotogramma di Nome di donna.
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È il tema della soglia di tolleranza, per ciascuna è diverso.

In parte dipende dall'ambiguità di queste dinamiche, soprattutto se applicate al mondo del lavoro, il direttore non è per tutte un mostro. Nina in quell'ambiguità non riesce a starci. Probabilmente, se non incontrasse sulla sua strada una come lei, lui passerebbe alla storia come uno dei direttori più benvoluti.

L'abuso psicologico poggia su un terreno scivoloso, anche dal punto di vista giuridico, è più lacerante: è come se cercasse di cambiarti l'anima

Questo film ha cambiato il suo sguardo sul fenomeno?

Forse neanche chi fa lo psicologo o lavora in polizia può averne un quadro completo. Noi raccontiamo un abuso al limite tra il fronte fisico e quello psicologico, tra i due forse il secondo è ancora più doloroso: la tua suscettibilità emotiva pensi di poterla mettere più facilmente sul piatto, ti sembra più negoziabile della violenza. Ma l'abuso psicologico poggia su un terreno più scivoloso, soprattutto dal punto di vista giuridico, è più lacerante: è come se cercasse di cambiarti l'anima, di invertire il tuo sistema di valori e questo compromesso interiore fa male a qualsiasi essere umano.

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Longdress di seta e velluto con ricami floreali, Valentino; anelli d'argento rodiato con pietra colorata, Stroili.
Giorgio Codazzi

Si è mai chiesta cosa avrebbe fatto al suo posto?

Non giudicherei mai male chi non trova il coraggio di denunciare, però vorrei essere come Nina. Non so se il suo sia coraggio o follia. O se sia follia non denunciare. Ciò che so è che nella mia vita, per fortuna o perché l'istinto mi ha sempre fatto fare un passo indietro, non mi sono mai trovata in una situazione simile.

E però si è impegnata personalmente, sottoscrivendo, con altre lavoratrici del cinema, il manifesto di Dissenso comune.

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Quella lettera è la sintesi di 124 punti di vista, ci sono cose che non mi rappresentano ma l'ho firmata per un motivo: siamo protagoniste di un'industria che ha una grande eco, può dettare l'agenda dei media, titillare la curiosità voyeuristica della gente, ma non è questo il punto. È interessante che questo movimento sia sbocciato in un momento in cui noi donne stiamo cercando di trovare un ruolo nel mondo moderno: diventiamo amministratrici delegate, direttori, coordiniamo settori importanti...

Dress di organza drappeggiata, Motel; orecchini pendenti, Valentino Garavani.
Giorgio Codazzi

... e ancora siamo legate alle corvée familiari e domestiche.

Poterle conciliare con un lavoro che ci realizza è un privilegio irrinunciabile. Io almeno non voglio rinunciarvi. Dobbiamo, uomini e donne insieme, costruire un tessuto culturale fondato sul rispetto, in cui ciascuna di noi possa ritagliarsi il proprio posto.

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Siete state criticate perché avete scelto di non fare nomi.

Non vogliamo trovare un mostro da stigmatizzare, affossarne carriera e onore come se fosse uno spettacolo, come se fosse il capro espiatorio della rabbia di tutte le vittime o delle colpe di tutti i predatori. Vogliamo un cambiamento capillare che passi dal gossip a un livello più alto. È una battaglia senza genere, che deve sancire un principio: l'abuso è inaccettabile sul lavoro, che è il luogo della realizzazione dell'essere umano. È un processo che ha a che fare con l'educazione dei figli e delle figlie, noi donne abbiamo una responsabilità enorme, che io ho voglia di prendermi.

Abito di seta con inserti di broccato e lurex, Etro; anelli e bangles, Stroili.
Giorgio Codazzi

Perché parla di responsabilità?

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È come quando i miei mi lasciarono prendere il motorino. Mi dissero: stai attenta, noi ci fidiamo di te, ma non degli altri. Allo stesso modo, a una figlia direi: massima fiducia nei tuoi confronti, ma fai attenzione, perché mentre noi cerchiamo con passione di cambiare la mentalità della gente, magari, a una cert'ora della notte, alla fermata dell'autobus puoi incontrare una persona alterata, o persa, che ha un brutto pensiero. E io lì non ci sarò. Siamo così preziose, dobbiamo sapere cosa ci portiamo in giro.

Ce lo dica lei.

Le donne sono una meraviglia della natura, quando vedo delle belle ragazze per strada mi fermo incantata. Purtroppo non tutti hanno un approccio così sano. Fino a quando non avremo costruito un mondo ideale in cui potremo stare a mezzanotte alla fermata dell'autobus senza rischiare, dobbiamo lavorare su due piani. Su quello collettivo e culturale, attraverso il racconto ai figli e alle figlie di modalità di rapporto che non prevedano la sopraffazione, proprio come fa questo film. E su quello individuale, della cautela, della salvaguardia di noi stesse, consapevoli che esercitiamo una fascinazione. Non è un atteggiamento retrogrado, ma una delle tante strade da percorrere.

La sua amicizia con Fausto Brizzi, accusato di molestie da una serie di ragazze, le ha procurato parecchie critiche.

Anche questo dà il quadro della complessità delle reazioni femminili. Sulla vicenda di Asia Argento non mi sono espressa, non la conosco, non so niente della sua vicenda. Ma l'ho fatto su Brizzi per onestà intellettuale: è un amico di vecchia data, giravano informazioni sul suo conto con una modalità che non trovo giusta, una specie di processo televisivo. Ho voluto raccontare la mia esperienza positiva. Se dovesse aver davvero sbagliato, pagherà. E avrà l'occasione, nel caso, di diventare una persona migliore. Ma non sono abituata a lasciare gli amici nei momenti di difficoltà.

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Credo che chiunque, se riconosce di aver sbagliato, meriti la possibilità di capire e rimediare. "Rieducare" una persona al rispetto dell'altro è una chance che dobbiamo dare e darci

Qualcuno la chiamerebbe connivenza.

Credo che chiunque, se riconosce di aver sbagliato, meriti la possibilità di capire e rimediare. "Rieducare" una persona al rispetto dell'altro è una chance che dobbiamo dare e darci, ci credo fortemente. In questa vicenda, quello che deve venire fuori è che va punito l'abuso di potere, senza differenze di genere. È molto più interessante capire quale enzima avveleni chi ottiene posizioni di potere, quale sensazione di invincibilità li convinca a mettere in pratica ricatti e prepotenze. Questa è la strada giusta.

Ce n'è una sbagliata?

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In questo momento c'è un pathos sociale che va risolto: non vorrei che questa vicenda incrinasse i rapporti tra uomo e donna. Da qualche parte nel mondo stanno progettando bambole dotate di intelligenza artificiale che fanno sesso, il mondo dei social ti dà la possibilità di vivere relazioni virtuali, di essere una persona diversa da quella che sei, di consumare un rapporto senza contatto fisico. Ciò mi allarma. In questa battaglia dobbiamo salvaguardare la possibilità di un incontro fiducioso, la chance di scoprirci, corteggiarci, giocare, anche se comporta dei rischi.

Cristiana Capotondi con il fidanzato Andrea Pezzi.

E di essere indulgenti verso chi divino non è...

Anche gli uomini hanno una loro sostanza divina, io sono un'appassionata del genere maschile, sto col mio compagno da dodici anni, ho un migliore amico da dieci, mi fanno impazzire di gioia, sono persone speciali e inclusive: pensi che quando sono con loro mi chiamano Mario.

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Ci parli del Mario che è in lei.

Gli uomini ereditano dalle madri una componente femminile, anche noi ne abbiamo una maschile. Io, per esempio, assomiglio tantissimo a mio nonno, che prima ancora che riuscissi a comprenderla, mi ha insegnato la parola rettitudine. Dal mio compagno invece ho imparato a diventare donna, a crescere. Non sarei quella che sono se non avessi questo rapporto, che è dialogo, confronto profondo, trasparente e diretto. Che è un vero scambio.

Cristiana Capotondi con Andrea Pezzi durante una partita di calcio amatoriale.

Cristiana Capotondi in copertina sul n. 8/2018 di Gioia!

Vuoi avere il look di Cristiana Capotondi? Longdress di seta e velluto con ricami floreali, Valentino; anelli d'argento rodiato con pietra colorata, Stroili. Foto Giorgio Codazzi. Styling Amelianna Loiacono. Ha collaborato Ginevra De Dominicis. Trucco Alessandra Casoni @ Freelancer.

E il suo make up? Sul viso il fondotinta Synchro Skin Lasting Liquid Foundation e Cushion Compact Bronzer. Palpebre definite dall'ombretto Paperlight Cream Eyecolor GY908, PK202. Sulle ciglia Full Lash Multi-Dimension Mascara. Sopracciglia disegnate da Eyebrow Styling Compact. Sulle labbra Rouge Rouge RD 713. Tutto Shiseido Make Up.

Cristiana Capotondi in copertina sul n. 8/2018 di Gioia!.

(Foto Giorgio Codazzi. Styling Amelianna Loiacono. Ha collaborato Ginevra De Dominicis. Trucco Alessandra Casoni @ Freelancer).

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