Tutto quello che possiamo e dobbiamo sapere su Beyoncé e Jay Z, The Carters

La coppia più social dello star system, tra pochissimo in Italia in tour, sforna il primo album firmato col nome di famiglia, per cantare un altro capitolo della saga d’amore che da sempre accompagna la costruzione del mito

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Arrivano sul palco, naturalmente, in ascensore. Un po’ perché fa scena: semidei discendono sulla Terra sbrilluccicando. Molto perché fa storia: è in ascensore che è cominciata la gloriosa parabola d’amore, corna e resurrezione di Jay Z e Beyoncé. Era il maggio del 2014: dopo il Met Gala, nell’ascensore dello Standard Hotel di New York. Le porte non fanno in tempo a chiudersi che Solange Knowles – nel ruolo de “la cognata” – si scaraventa addosso a Jay Z con pugni e calci. Beyoncé, a un passo dalla rissa, sembra perlopiù occupata a non sciupare lo strascico del suo Givenchy. Quando escono è l’unica a sorridere. Perché è il capo di stato maggiore della celebrità, certo. Ma pure perché è da lì che parte la rivincita. Quest’estate sul palco dell’On the run II Tour – il 6 luglio allo stadio Meazza di Milano e l’8 luglio all’Olimpico di Roma – Jay Z e Beyoncé mettono in scena il lieto fine. E per celebrarlo hanno pubblicato a sorpresa Everything is love, il primo album firmato col nome di famiglia: The Carters. È l’inizio di una dinastia.

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La costruzione di un amore coincide con la costruzione del suo mito: la prima uscita di coppia è su una copertina di Vanity Fair, nel 2001, ma nessuno lo sa; nel 2002 in 03 Bonnie & Clyde lui è il gangster, lei la pupa che conta i soldi; nel 2003 Crazy in love garantisce due Grammy e molti pettegolezzi. Il 4 aprile 2008 si sposano: al giornalista di Vibe che gli chiede delle nozze, Jay Z risponde che «Ci sono parti della tua vita che devi tenere per te, se non vuoi diventare matto. Bisogna avere qualcosa di sacro». Nel 2011 Beyoncé annuncia la prima gravidanza agli Mtv Vma Awards; nel 2012 Blue Ivy viene presentata al mondo sul Tumblr della mamma; nel documentario del 2013, Life is but a dream, c’è persino il filmino dell’ecografia.

Beyoncé e Jay Z con la loro primogenita Blue Ivy, 6 anni.
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Il più grande successo di Beyoncé è stato farci credere di essere molto riservata, e contemporaneamente raccontarci tutto quello dovevamo sapere. Con i suoi modi, i suoi tempi, le sue precise parole. Dopo l’uscita di Lemonade, a due anni dall’incidente in ascensore, le amanti di Jay Z possono essere state una o centomila: Becky with the good hair è una categoria umana.

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Beyoncé con la figlia Blue Ivy.
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Anche Jay Z canta i crucci suoi – in 4:44: «Chiedo perdono, non ti merito» – ma a lui non basta. È il segnale della nuova polarità: lei sfascia macchine a bastonate e alza il dito medio al patriarcato; lui rilascia lunghe interviste autoflagellanti (al New York Times: «Il posto migliore in cui stare è al centro esatto del dolore»). Lei rivendica la dignità delle donne nere d’America citando Malcolm X e portando al Super Bowl una falange di ballerine vestite da Black Panther; lui rilascia lunghe interviste autoflagellanti (a David Letterman: «Voglio avere gli strumenti emotivi che servono per tenere insieme la mia famiglia»)». Lei scrive un pezzo di storia diventando la prima donna nera in cartellone al Coachella; lui rilascia lunghe interviste autoflagellanti (alla Cnn: «Il modo più onesto per chiedere scusa è cambiare comportamento»). Nel nuovo singolo insieme, Apeshit, lei si congratula: «Non posso credere che ce l’abbiamo fatta». Ma adesso lei è il gangster, lui la pupa che conta i soldi.

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E forse è per soldi – successo, fama – che Beyoncé non se ne è andata. Lo abbiamo pensato tutte, con la superiorità morale di quelle il cui “per sempre” ha la durata del mutuo da pagare. Ha fatto come Hillary Clinton, come Victoria Beckham, come l’Alicia Florrick di The good wife: è rimasta perché le conveniva. Con la differenza che mica lo so se le conveniva. Giocare a sliding door con le porte di un ascensore viene particolarmente bene: se da quella rissa Beyoncé fosse emersa meno smagliante, meno determinata a salvare le apparenze per salvare tutto il resto, non è la sua carriera che sarebbe implosa. Lemonade ha funzionato come terapia di coppia, ed è uscito quando ormai la decisione di restare insieme era già presa. Ma avrebbe avuto la stessa rilevanza – mi voglio rovinare: pure di più – se fosse stato invece l’inno della cornuta liberata.

Beyoncé e Jay Z sul palco del tour europeo, che conta 40 tappe.
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In un’intervista a GQ del 2013 – una delle ultime concesse prima di accentrare su di sé ogni potere editoriale: nessuno può raccontare Beyoncé meglio di Beyoncé – per spiegare la decisione di separarsi professionalmente dal padre, disse: «Credo che le donne dovrebbero essere economicamente indipendenti dai loro uomini. Sono i soldi che danno ai maschi il potere di scrivere le regole, di decidere il valore delle cose. Sono loro che stabiliscono cosa è sexy. Ed è ridicolo». Le foto del servizio d’accompagnamento sono di Terry Richardson, il fotografo ostracizzato l’anno scorso sull’onda del #MeToo, oggi indagato per molestie sessuali. All’epoca l’estetica femminista si portava meno: Richardson era intoccabile, e lei troppo ambiziosa per impuntarsi. Oppure: ha giocato alle regole degli altri finché non è riuscita a stabilire le sue. E ha usato tutto quello che poteva: il corpo, il sesso, l’identità politica, le gravidanze (vere o immaginarie), il tradimento, i figli, senz’altro il marito. Ma quando ha potuto scegliere – nel 2016 è stata l’artista più pagata di tutti – ha deciso di rimanere con quell’uomo lì. Perché lo ama? Non saprei: l’amore nei matrimoni è imperscrutabile, e comunque marginale. Ma il nuovo spettacolo non lascia dubbi su chi sia la venerabile diva. È Beyoncé che comanda, è lei a stabilire cosa è sexy. Nello specifico: un maschio grande, grosso, e che sa chiedere scusa.

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