Matteo Garrone racconta come la strana storia d'amore di Dogman ha conquistato Cannes

Se ancora esitate ad andare a vedere il suo nuovo film, dedicato a uno dei fatti di cronaca più raccapriccianti degli anni 80, fidatavi del regista di Gomorra, uno abituato a cercare nella paura il motore dell’ispirazione

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Getty Images

La storia di Dogman, ora nelle sale dopo l’anteprima al Festival di Cannes, fa paura a molti. Matteo Garrone lo sa. E teme che il fatto nerissimo a cui il film si ispira – il canaro della Magliana, che trent’anni fa torturò e uccise il piccolo boss di quartiere che lo vessava – possa allontanare gli spettatori. «Soprattutto le donne», spiega. «A tutte loro dico: non abbiate pregiudizi. Questo non è un film di torture, è una storia d’amore». C’entra pure il fatto di essere padre di Nicola, avuto dieci anni fa dall’ex moglie Nunzia De Stefano. «Dogman parla per me: alla base c’è il racconto di un papà che vorrebbe dare tutto a sua figlia. Non è scontato che sia arrivato ora. Credo sia il mio film più dolce, il più femminile».

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Marcello Fonte in Dogman: ha vinto la Palma come miglior attore.
Courtesy photo

Per arrivare a questo risultato ci sono voluti anni.

Dodici, per essere precisi. Il soggetto mi attraeva e poi di colpo mi allontanavo, provavo a riavvicinarmi e fuggivo di nuovo. Mi sembrava di aver già visto mille volte al cinema la parte che ha reso famoso il caso di cronaca, e cioè le sevizie a cui l’assassino sottopone la sua vittima. Non m’interessava fare un film splatter. Al tempo stesso, continuavo a sentire un’attrazione fortissima verso quest’uomo e il suo conflitto interiore: il bisogno di essere amato da tutti lo porta dentro meccanismi che d’un tratto gli sfuggono di mano. La fortuna è stata trovare Marcello Fonte, a cui ho affidato il personaggio principale.

Marcello Fonte al photocall di Cannes.
Getty Images

Su di lui, vincitore della Palma per l’interpretazione maschile a Cannes, si regge tutto il film.

Volevo un attore con caratteristiche da cinema muto, una faccia alla Buster Keaton e Charlie Chaplin. Avevo in mente fin dal principio qualcuno che portasse un po’ di luce dentro una storia così buia. Per questo, nel 2006, offrii la prima stesura a Roberto Benigni, che però rifiutò la parte.

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Ciò che stupisce sempre del suo cinema è l’equilibrio tra l’immagine studiatissima e la ricerca dell’imprevedibile.

L’imprevisto l’ho cercato anche in Dogman, benché sia il primo film per cui ho fatto mesi di prove. Sul set ho rimesso tutto in discussione. Inseguo il momento unico, irripetibile. A volte accade, a volte no: un regista crea le premesse, poi è come andare a pesca, non sai mai cosa tirerai su. Anche se si possono usare dei trucchetti.

Un’altra immagine di Marcello Fonte in Dogman.
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Per esempio?

Ho risolto un ciak molto difficile per Marcello facendo portare sul set una bottiglia di grappa. Ogni volta che sbagliava, doveva berne un sorso. Alla fine sembrava Al Pacino.

La sua estrazione colta e borghese, suo padre Nico Garrone, importante critico teatrale, hanno qualcosa a che fare con questa fascinazione per ciò che è oscuro?

All’inizio della carriera mi sentivo attratto dalla criminalità, da certi mondi sotterranei che, quando li attraversi, perdono parte del loro fascino. L’ho capito lavorando a Gomorra. Però il sentimento della paura continua a muovermi. Ce l’ho sempre, è un’emozione centrale quando racconto una storia.

Edoardo Pesce e Marcello Fonte in un'altra scena del film.
Courtesy photo
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Paura di cosa?

Di non essere accettato, di farmi voler bene dagli altri. Paura delle relazioni umane, di cadere dentro l’incubo dell’altro. Nel mio cinema ci sono tutte, sempre. Oggi però è uno dei pochi autori privi di haters, pare. La paura di non essere accettato è ancestrale, ha radici che affondano nella mia infanzia. Da bambino era ancora più forte. Credo abbia sempre avuto a che fare con un certo orgoglio, che è parte integrante del mio carattere. Ma non mi sono mai analizzato a fondo.

Il giovane Matteo pensava già di fare il regista?

Disegno da quando ero piccolo, il germe già c’era. Mi sono iscritto al liceo artistico, ma volevo fare il tennista professionista. Verso i diciott’anni ho capito che non sarei diventato un campione, e sono tornato a dipingere. Sapevo che la mia famiglia avrebbe sostenuto un percorso nel campo dell’arte. Ho iniziato col cinema, per così dire, “da pittore”. Il primo film, Estate romana, l’ho fatto a 26 anni per gioco, poi non mi sono più fermato.

Da Cannes è tornato con un premio importante, ma senza Palma d’oro.

La Palma me la sono aspettata solo una volta: dieci anni fa per Gomorra. Sentivo che era il film di quell’anno. Quando chiamarono il mio nome per il Grand Prix (il “secondo premio”, ndr), confesso di esserci rimasto parecchio male.

Al prossimo film lavora da tempo: Pinocchio, con Toni Servillo nel ruolo di Geppetto. Me l’immagino già bellissimo.

La ringrazio, anche se finora la pensano così in pochi. Pinocchio è sempre un grande rischio. Chi mi vuole bene davvero mi dice: «Matteo, non lo fare».

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