Una donna allenatrice di una squadra di uomini? Succede in un film, e lei è la stupenda Leïla Bekhti

L’attrice franco-algerina, volto di L’Oréal Paris, è la protagonista di Le grand bain, presentato a Cannes, ma nella vita avere troppo controllo sugli altri la spaventa, come ci racconta in questa intervista

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Getty Images

«Mia nonna è quella che tra tutti mi ha regalato il consiglio di bellezza più efficace. M’ha detto: coi primi soldi che guadagni comprati un buon letto perché non c’è trattamento migliore di una bella dormita». Con Leïla Bekhti va così: parli di forma e ti riporta alla sostanza. Fai una domanda a una delle più radiose égéries scelte da L’Oréal Paris per incarnare la sua idea di bellezza, e ti risponde l’attrice 34enne premio Caesar nel 2011 come miglior promessa (realizzata!), oltre una ventina di film alle spalle.

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Leila Bekhti sul red carpet del Festival di Cannes come ambasciatrice L’Oréal Paris
Courtesy photo

«Penso che L’Oréal, prima di tutto, ci scelga per la nostra identità, per la personalità», insiste con un tono incongruamente grave per la sua silhouette minuta e sottile, seduta composta, quasi ieratica, su un divano bianco di fronte a me. Siamo nello spazio L’Oréal Paris davanti all’Hotel Martinez di Cannes, dove l’attrice franco-algerina, che ha da poco avuto un figlio, Souleiman, dal marito e collega Tahar Rahim (conosciuto sul set de Il profeta), presenta fuori concorso Le grand bain, commedia di Gilles Lellouche con Guillaume Canet, Mathieu Amalric e Jean-Hugues Anglade: storia di una squadra di nuoto sincronizzato composta da uomini tra i 40 e i 50 anni che, per ragioni che non riveleremo, deve partecipare ai campionati del mondo.

Leila Bekthi con il cast di Le grand bain sul red carpet di Cannes.
Getty Images

Dunque che cos’è la bellezza per lei?

La bellezza? Dipende dove la cerchi, io la vedo soprattutto dalle parti dell’anima, è lì che mi porta la mia storia personale, il mio passato. È la bellezza del cuore, qualcosa di importante, insieme alla gentilezza, all’educazione, alla straordinaria varietà delle persone che incontri.

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Non vuole proprio parlare della bellezza esteriore, che in fondo per lei è uno strumento di lavoro?

Ma no, non è neanche questo, il mio strumento di lavoro è la recitazione.

Non può negare che nel suo mestiere essere attraenti sia un vantaggio. A suo modo, una forma di potere.

Ho un problema col potere, si rischia sempre di abusarne. Se così fosse, ma non credo, non la userei mai per esercitare un controllo su qualcuno o qualcosa. Parlando di apparenza, trovo che la bellezza stia nelle piccole e grandi imperfezioni che ci rendono unici, quelle sì che m’incantano. Nel viaggio del corpo che è in continua trasformazione.

Da questo punto di vista, la gravidanza è il viaggio più tumultuoso. Lei ci è appena passata, ha cambiato la sua percezione di sé?

Mi ha profondamente trasformata, è la cosa più bella e la più folle che ho fatto in vita mia. Non c’è stato bisogno di ribaltare la scala delle priorità: prima di diventare mamma, ho avuto modo di godermi ogni momento bello, di approfittare di ogni incontro felice, di ogni esperienza di lavoro. Tutto questo è stato messo provvisoriamente da parte per mio figlio, ma senza nessun turbamento.

Cosa ha scoperto di sé dopo essere diventata mamma?
Per tornare al tema del potere, quando è nato mio figlio ho provato una sensazione strana: non stavo bene e non sapevo perché, era un momento bellissimo e allo stesso tempo sentivo che qualcosa non andava... non si trattava di un semplice baby blues.

E che cos’era?

L’immenso potere che io avevo su di lui, quella creatura piccolissima dipendeva da me in maniera assoluta: per mangiare, per sentirsi sereno e accudito. Era qualcosa che all’inizio non riuscivo a sopportare. Gliel’ho detto che ho un problema col potere...

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Com’è finita?

Quando ho capito che si trattava di un potere che nasceva dall’amore, che a sua volta generava amore, mi sono sentita meglio. Mi ha aiutato a mettere nella prospettiva giusta tutto ciò che era successo fin lì.

Cosa era successo fin lì?

Parlando di bellezza, in gravidanza ero ingrassata di 26 chili. Curiosamente, in quel periodo, ho girato due film, uno di questi è proprio Le grand bain, la pellicola che presento qui a Cannes: il regista mi aveva proposto di riscrivere il mio ruolo per rappresentarmi come una donna incinta. Ma mi disturbava molto l’idea di portare dentro alla storia mio figlio, di esporlo così. Alla fine mi sono rassegnata a interpretare lo stesso personaggio, regalandogli solo delle forme più morbide. Come tutte le donne, all’inizio ero piena di complessi, faticavo a ritrovarmi nella mia nuova immagine, ma in fondo quei chili erano un valore aggiunto per il mio ruolo. Quando ho realizzato questo, ho cominciato a sentirmi a mio agio.

Leila Bekhti con Philippe Katerine in Le grand bain.
Courtesy photo

Di che personaggio si tratta?

Interpreto l’allenatrice di una squadra sgangherata di uomini di mezz’età che decidono di darsi al nuoto sincronizzato, non precisamente una donna dolcissima.

Com’è ritrovarsi a Cannes?

Negli anni, ho avuto la fortuna di venirci spesso: ho avuto film in competizione, sono stata giurata. Essere qui è una consacrazione che viene rinnovata ogni volta, è il tempio di un’arte che ormai fa parte di me.

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Leila Bekhti al photocall di Le grand bain di Gilles Lellouche, presentato fuori concorso a Cannes.
Getty Images

Era questo che sognava da piccola?

No, non mi concedevo neanche di sognarlo. Volevo diventare un’educatrice, questo per me era un mondo inaccessibile. Ancora oggi l’idea di poter vivere del mio lavoro di attrice non finisce di commuovermi. È ciò che mi spinge a fare sempre del mio meglio sul set. Sono consapevole di essere stata fortunata e, non voglio sembrare pessimista, ma tutto potrebbe finire da un momento all’altro, là fuori è pieno di attrici e attori straordinari.

Come si immagina tra dieci anni?

Mi auguro d’essere circondata dalla mia famiglia, se sarà possibile in una versione più numerosa, e da tutte le persone che amo. Mi auguro di essere passata attraverso tanti altri film e ruoli nuovi. E magari, oso, di aver avuto per allora la fortuna di poter realizzare un mio film da regista. Chissà?

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