Kasia Smutniak nell'harem di Silvio, "ma nella vita non sono mai stata una donna oggetto"

Sexy e scatenata, anche nell’ultimo film di Paolo Sorrentino, l’attrice è Kira, zarina dell’harem di Berlusconi: «Le ragazze del film mi fanno tenerezza, perché non hanno consapevolezza delle loro azioni. La bellezza? La uso fino a quando mi permette di essere me stessa»

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Giorgio Codazzi

«A vederla ballare sale la pressione». «Io non so ballare». Sexy, sfrenata e devota a Silvio: così è Kasia Smutniak nei panni scarsi e scollacciati di Kira, zarina dell’harem di un Berlusconi-Toni Servillo, protagonista di Loro, il film in due capitoli di Paolo Sorrentino dedicato all’uomo di Arcore e alla sua corte di politici, ragazze e faccendieri. Un trionfo di sensualità e seduzione, contorsioni e scosse telluriche. Ma provate a dirle: «Brava». In comune col suo personaggio rivendicherà al massimo la K del nome e le inconfutabili origini slave. Il resto è frutto di «un lavoro pazzesco, un viaggio in cui mi sono spinta verso limiti impensabili per me», precisa l’attrice, dopo essere planata a Roma da Tokyo per la conferenza stampa di Loro, pallida e bellissima nel suo languore da jet-lag.

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Kasia Smutniak, 38 anni. Abito di chiffon, Attico; orecchini Cartier.
Giorgio Codazzi

Un lavoro pazzesco, dice, un viaggio allo zenith della sensualità.

Tra l’altro venivo dal set di Moglie e marito, con Pierfrancesco Favino, un film in cui facevo l’uomo, avevo liquidato tutto ciò che c’è di femminile in me. Avevo fatto appena in tempo a spogliarmi da quella corazza da gorilla/soldato, quando ho incontrato Sorrentino, prima ancora di sapere quale fosse la mia parte e di cosa parlasse il film.

E lui?

Un po’ scorato, mi ha chiesto: «Ma adesso sei così?». Ho capito dopo che era preoccupato, pensava di trovare in me un germe di quella femminilità esasperata che voleva mostrare, qualcosa che io all’epoca avevo sepolto e annichilito. Ho dovuto reimparare da capo.

Come l’ha rievocata, quella femminilità esasperata?

Ballando, esercitandomi con la heels dance, uno stile che si balla sui tacchi alti, uomini e donne. In Italia non è ancora diffuso, arriva dall’America, dove sta ispirando tutti i grandi coreografi, a partire da quello di Beyoncé. Si pratica nelle palestre. Se ci fosse qui, ci andrei di corsa: è estremamente liberatorio.

S’è visto.

Quando sei costretta a muoverti da quella posizione vertiginosa, tiri per forza fuori tutta la femminilità che è sepolta in te. Ho sfondato un paio di Jimmy Choo, le altre le ho appese al chiodo per ricordo. Considerando che ho un mal di schiena pazzesco, ho fatto davvero i salti mortali.

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E mentali...

Nella sceneggiatura il personaggio era descritto in modo così preciso che non ho faticato a immaginarlo. Per me funziona così, come quando leggi i libri e visualizzi nella tua mente i protagonisti: se riesco a “vedermi”, l’80 per cento del lavoro è fatto. Sta a me cercare di mostrarlo nella maniera più convincente. E poi i film li fanno i registi, non gli attori: mi è bastato affidarmi a Paolo, alla sua visione così nitida e grandiosa.

Su quel tavolo a ballare seminuda ci è andata lei però.

Quella scena non è stata facile: avevo davanti un centinaio di comparse, nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Nessuno si aspettava da me una cosa del genere: non mi scorderò mai le loro facce alla fine dell’esibizione. È scattato anche un applauso, inaspettato e bello. Ci sono state tante altre scene difficili, oltre i limiti fisici, oltre il mio senso del pudore. Quando poi ho visto il film le ho trovate parte di una visione bellissima, necessaria per spiegare quel mondo e a cosa un essere umano può essere disposto.

Trench doppiopetto di puro lino leggero, Max Mara; sandali con listini incrociati, Gianvito Rossi.
Giorgio Codazzi

Non esiste un personaggio reale a cui la sua Kira fa riferimento.

Non ce n’era in fondo bisogno. È tante donne insieme. A dispetto della sua sensualità un po’ aggressiva, è in realtà fragile: ama veramente Silvio, e soffre perché sa che l’attenzione di cui gode un giorno finirà. Sa di non bastargli: l’unico modo per stargli accanto è favorire le sue ossessioni. Ma ha ben chiaro che prima o poi lui si stancherà, proprio perché lei gli ha dato tutto.

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La definirebbe una vittima?

Una vittima di se stessa. Al contrario degli altri cortigiani rappresentati nel film, ha piena coscienza che tutto finirà: la sua tragedia è questa.

L’amore che prova per Silvio è una parte del mistero su cui Sorrentino indaga, la fascinazione che Berlusconi ha esercitato su tanti italiani. Si è chiesta da cosa nascesse?

Mi sono detta che è un po’ come essere illuminati da un riflettore potente, o stare nella luce di una stella. Nello splendore della sua aura si sentivano tutti più belli, migliori. Una convinzione falsa che porterà molti a bruciarsi, e Kira lo sa fin dall’inizio.

Il film rievoca festini e bunga bunga, e un’immagine della donna che sembra lontana anni luce, dopo lo scandalo Weinstein e i movimenti #MeToo e #Time’sUp.

Questo è un film importante in un momento importante, perché mostra una parte di noi, una fragilità di cui, solo una decina di anni fa, non eravamo consci. Farci i conti oggi ci concede di evolverci: se vogliamo andare avanti dobbiamo ricordare.

E accettare il fatto che “loro” siamo un po’ anche “noi”.

Prendendoci un po’ della responsabilità di ciò che è successo: capire che stiamo descrivendo un mondo che non è vero che fa parte del nostro passato. È durato fin troppo per rappresentare solo una parentesi

Se li ricorda quegli anni?

Ma certo, non sono mica tramontati del tutto. Sono patrimonio di tutta una generazione, ci vorranno tanti anni per liberarci di una mentalità così pervasiva.

E tanti figli maschi da educare al rispetto.

Noi madri abbiamo il compito di aiutare la società a smaltire le macerie di questa cultura.

Ma ce li abbiamo quegli anticorpi, noi madri?

Eccome, li abbiamo maturati sulla nostra pelle.

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Giorgio Codazzi

Si è mai sentita una donna oggetto?

No.

Ognuno di noi però, entro certi limiti, usa la bellezza, la seduzione. Qual è il suo?

Tutto ciò che è alieno alla mia natura, ai geni che ho ereditato dai miei genitori, tutto ciò che non mi permette di essere me stessa.

Hanno senso i limiti ai tempi dei social?

Non sono un’esperta, ho da poco un profilo Instagram, sto cercando di trovare una mia strada, una mia voce. I social ci danno la grande occasione di mostrarci per quello che siamo, senza i filtri dei gossip dei giornali, delle foto paparazzate, ma la nostra vita è davvero fatta di cappuccini, sedute di pilates e selfie nel bagno? Mi sa che abbiamo ancora molto da imparare.

Tutte quelle ragazze giovani e belle rappresentate nel film come carne da macello che sensazione le provocano?

Forse è stupido, ma mi suscitano tenerezza, è ciò che provo verso chi non ha consapevolezza di quello che fa. Cosa cercano questi personaggi, questi “loro”? La ricchezza? Il potere? La bellezza? In fondo cercano la felicità. La cosa triste è che sono convinti che la felicità sia quella. Il film scava nella solitudine che c’è in ciascuno di loro.

Ha definito quel set un sogno.

Non nel senso romantico. È stato spiazzante: i sogni sono vie di mezzo tra realtà e finzione, sono assurdi, possono far paura. Sa cosa mi porto dietro di quel set? La parte migliore del cinema: le persone che ci lavorano, con tutta la loro cura, le notti insonni e la potenza visionaria. Ogni giorno, nonostante tutto fosse accuratamente preparato, accadevano cose inaspettate.

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E lei come reagiva?
Ero costretta a fare un passo indietro e godermi tutto da spettatrice, assecondando le richieste più assurde.

Per esempio?

Andate a vedervi il film.

Minidress di seta, Versace.
Giorgio Codazzi

Il film di Paolo Sorrentino Loro 1 e Loro 2

«Questo film in fondo racconta una storia d’amore», ha concluso Paolo Sorrentino alla fine della conferenza stampa di Loro 2 (ora nelle sale): quella tra Silvio Berlusconi - interpretato da Toni Servillo - e la moglie Veronica, ma anche la grande fascinazione che Silvio esercitò su molti italiani e sulla sua variegata corte. La prima parte, Loro 1, è ancora al cinema. Sotto, una scena del film con Kasia Smutniak e Riccardo Scamarcio, nei panni di un faccendiere/lenone.

Gianni Fiorito

Kasia Smutniak: altro che selfie!

Kasia Smutniak in un momento di pausa del nostro servizio fotografico gioca con il telefonino.

Courtesy photo (thanks to Hauwei)
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«Giro spesso con la macchina fotografica, adoro scattare foto, ma mi rendo conto che ora si può fare molto bene anche con uno smartphone: l’alta tecnologia di questi oggetti che abbiamo sempre tra le mani ci consente oggi di rubare attimi di vita vera». Tanto è vero che questa foto è stata realizzata con Huawei P20 Pro (lo stesso modello che ha in mano Kasia), smartphone rivoluzionario per le prestazioni fotografiche, grazie alla tripla lente Leica, alla sensibilità particolare in condizioni di scarsa luminosità e a un super zoom molto funzionale.

(Styling del servizio, Monica Curetti. Ha collaborato Roberta Astarita. Trucco Seiko Nishigori using Urban Decay backtalk palette e capelli Kilian Marin, entrambi per GreenApple).

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