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La grazia che celebra la vita secondo Marc Riboud, il fotografo Magnum che ha scattato una delle foto più celebri della storia

Chi è Marc Riboud? Un grande fotografo, capace di fotografare la tenerezza del mondo (anche in guerra) e mantenere viva la sorpresa dell’altro

La jeune fille à la fleur, manifestation contre la guerre du Vietnam. Washington, 1967 © Marc Riboud, Collection du Musée d’Art moderne de la Ville de Paris

Ci sono sguardi che hanno il potere di vedere la bellezza dove altri non si sognerebbero neanche di cercarla. Obiettivi tanto incantati dalla grazia che celebra la vita, da scatenare il desiderio di vedere, anche in chi non ha mai voluto farlo. Il fotografo Magnum Marc Riboud si è spinto addirittura oltre, inquadrando la tenerezza del mondo, a prova di guerra e violenza. Riuscendo a mantenere viva la sorpresa dell’altro, con il candore di un bambino e il rigore dell'ingegnere (con un debole per la geometria). Il suo grande istinto per la libertà e una sconfinata curiosità hanno fatto il resto, consentendogli di scattare vere icone dell'immaginario, protagoniste di diverse mostre

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Una delle immagini più iconiche di sempre la scatta il 21 ottobre 1967, trovandosi tra le oltre 100.000 persone radunate al Lincoln Memorial di Washington per protestare contro la guerra in Vietnam. Riboud fotografa un simbolo insieme a Jan Rose Kasmir, la manifestante diciassettenne arrivata in pullman e in pace dal Maryland. Insieme al fiore che lei offre, con le mani giunte e infinita grazia, allo schieramento di uomini in divisa della Guardia Nazionale equipaggiati con fucili a baionetta. Fotografa la straordinaria intensità del gesto politico, poetico e rivoluzionario, destinato a diventare ben più del manifesto del flower power movement.

Bonne-sœur devant Notre-Dame. Paris, 1953
© Marc Riboud, Collection du Musée d’Art moderne de la Ville de Paris ​​
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La sua forza dirompente ha ancora il potere di far riflettere sulle contraddizioni del mondo e della guerra. Partendo da quelle evidenti nello scatto, tra la tenerezza amorevole del fiore, del gesto e delle vesti della protestante e tutto quello che incarna la durezza nella cortina di ferro dei fucili spianati che affronta. Questo, nonostante al fotografo non siano sfuggite le sfumature, quando in diverse occasioni di confronto, condivide la sfuggente impressione che i soldati fossero più spaventati di lei dietro le loro baionette.

Questa foto resta uno dei suoi capolavori, anche se la piccola rivoluzione che mostra non ha avuto il potere di mettere fine alla guerra in Vietnam o la violenza dell'uomo. La stessa fotografata per anni in tutto il mondo da Marc Riboud, insieme alle sue sfumature e contraddizioni. Continuando a credere nel potere di essere e restare se stessi. In conversazione con un altro celebre fotografo come Frank Horvat (raccolta anche nel volume Maledetti Fotografi, tutte le interviste de 2015) non usa mezzi termini: "C’è stata una moda, in una certa epoca, di diventare minatore per fotografare i minatori, musulmano per fotografare i musulmani, ecc. Io non ci credo, se si diventa l’altro non c’è più la sorpresa dell’altro. Bisogna restare se stessi e lasciarsi sorprendere."


Una grande lezione di vita e fotografia che arriva da un uomo che ha avuto il coraggio di restare se stesso, nonostante la violenza del mondo vista e fotografata, nonostante il successo, diversi premi o le bizze della vita. Rendendo il pudore una forma di rispetto per ogni soggetto fotografato nella sua lunga carriera. Così come la timidezza non ha mai impedito di amare la vita, la libertà e la bellezza del mondo, al francese nato nel 1923 a Saint-Genis-Laval da una famiglia agiata di Lione. Al borghese di far parte della resistenza e all'ingegnere di lasciare tutto per diventare il fotografo indipendente che entra ed esce da Magnum. È sempre in conversazione con Horvat che afferma: "I due momenti più importanti della mia vita di fotografo sono stati il giorno in cui sono entrato alla Magnum e il giorno in cui ne sono uscito. Da quando sono indipendente, ho più tempo per la fotografia, pur restando aperto ad altre influenze. Non so se la mia personalità sia cambiata, ma credo che si esprima meglio. Vivo più spesso quei momenti di grazia, in cui ci sembra di vedere con una intensità decuplicata, in cui scopriamo cose che in altri momenti non avremmo percepito, cose che altri, forse, non percepiscono, in cui la bellezza dei volti ci fa vibrare con più emozione. Anche questo fa parte della fotografia: saper riconoscere questi momenti, ritrovare quella linea di mira di cui Henri Cartier-Bresson ha parlato così bene".

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Le Peintre de la tour Eiffel, Paris, 1953
© Marc Riboud, Collection du Musée d’Art moderne de la Ville de Paris ​​


Su invito di Henri Cartier-Bresson e Robert Capa nel 1953 entra a far parte della cooperativa di fotografi Magnum, dopo aver guadagnato l'onore della copertina sulla rivista Life, con lo scatto di Zazou. Il pittore funambolo che sembra danzare tra le travi della torre Eiffel e vertiginosi scorci di un lontano Campo di Marte, ricordando la mimica e il talento acrobatico di un disinvolto 'Buster Keaton. L'equilibrio tra gli elementi che compongono la geometria e la poesia di questo magnifico scatto è perfetto. Analogo a quello che ha spinto un mentore come Henri Cartier-Bresson a dire che aveva 'un compasso negli occhi'. Lo stesso abilmente usato per documentare lo sciopero degli scaricatori di Liverpool e i sostenitori di Franco in Spagna, il movimento indipendentista in Algeria e in Africa occidentale. La dura realtà contadina della Cina di Mao Zedong (fu il primo fotografo occidentale a farlo) e la Cuba di Fidel Castro.

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La cantine. Anshan, Chine, 1957
© Marc Riboud, Collection du Musée d’Art moderne de la Ville de Paris ​​
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La passione del viaggio ereditata dalla famiglia, conduce il fotografo anche in Indonesia, Filippine, America, URSS, senza mai dimenticare di amare, sposarsi, dare la vita ai suoi figli. Trovando anche il tempo di fare il presidente di Magnum nel 1976, dimettendosi tre anni dopo, per tornare libero di viaggiare, vedere e fotografare quello in cui crede. Quello che a poco a che vedere con le coincidenze, come ricorda a Horvat: "Non mi piace la parola coincidenze, fa pensare al caso. Come quelli che fotografano tipi strani che passano sotto manifesti altrettanto strani. Io cerco relazioni nello spazio, tra elementi che interagiscono, in modo che l’insieme dica qualcosa. Una sorpresa visiva, con un’organizzazione della forma."


Le relazioni che cerca nello spazio e nelle emozioni, guidano anche il suo obiettivo puntato sul processo di Klaus Barbie, ex capo della Gestapo a Lione, la fine dell'apartheid in Sud Africa o la prima campagna elettorale presidenziale di Barack Obama negli Stati Uniti. Questo è Marc Riboud, uno dei fotografi più grandi e longevi del XX secolo, morto nella sua Francia il 30 agosto del 2016. Vivissimo nell'immaginario del mondo intero, mentre diverse mostre continuano a contemplarne il talento. Nel 2004, la sua retrospettiva esposta alla Maison Européenne de la Photographie a Parigi e stata visitata da oltre 100.000 persone, ma la grazia del quotidiano, in mostra dalla vecchia Europa al Giappone, ha ricevuto un'accoglienza altrettanto calorosa.

Mère et son enfant dans un camp de réfugiés. Calcutta, 1971
© Marc Riboud, Collection du Musée d’Art moderne de la Ville de Paris ​



Marc Riboud attraversa il XX secolo in mostra

Al momento, il Musée de la Photographie André Villers di Mougins, a quindici minuti da Cannes, ospita un Omaggio a Marc Riboud con la sua opera che attraversa il XX secolo (fino 3 giugno 2018), grazia alla collaborazione con il Museo d'Arte Moderna della Città di Parigi. Occasione perfetta per approfittare di quello per cui il museo è ben noto, dalla collezione di foto di Pablo Picasso e di grandi fotografi del calibro di Robert Doisneau e Jacques-Henri Lartigue.

Contemporaneamente il Museo dell'Ara Pacis di Roma espone alcune sue fotografia con la collettiva Magnum Manifesto (fino 3 giugno 2018), che celebra i primi settanta anni dell'agenzia più famosa del mondo. Tornando in Francia, il Centre International du Photojournalisme di Perpignan, noto anche come CIP Perpignan, con la collettiva An Untitled War - 1954-1962 Algeria (fino al 13 maggio 2018), si concentra invece sul conflitto algerino fotografato da Marc Riboud, insieme a Pierre Boulat, Raymond Depardon e Jacques Horst.

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Alle immagini scattate da Marc Riboud a Cuba nel novembre 1963 e alla sua intervista con Fidel Castro, al momento dell'assassinio di John F. Kennedy, è invece dedicata la mostra ospitata nel Musée de l'Hospice Comtesse di Lille, durante il festival OLA CUBA (5 maggio - 1 ° luglio 2018).

Grève des dockers, Angleterre, 1954
© Marc Riboud, Collection du Musée d’Art moderne de la Ville de Paris​​


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