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Come non amare Lino Guanciale, tra i pochi maschi alfa della tv che sogna ruoli da inetto

Le grandi speranze, gli ormoni (ebbene sì!) e quel mondo inaspettatamente diventato a colori: il neo prof Lino Guanciale racconta la sua adolescenza tra i banchi di scuola. E quella voglia di sorridere che non ha mai perso

Getty Images

Il mondo della fiction l’ha eletto, a furor di popolo, come il maschio alfa della tv italiana. Eppure Lino Guanciale, bello e impossibile nelle serie Non dirlo al mio capo, La porta rossa e L’allieva, nutre un debole per i personaggi inadeguati: quelli più inetti, costretti nel loro piccolo mondo di frustrazioni, così lontani dall'essere appetibili agli occhi del genere femminile. Per questo l’attore sorride compiaciuto quando parla del suo ultimo film: Arrivano i prof, remake della commedia francese Les Profs, nelle sale italiane dal 1 maggio. Qui interpreta il prof Cioncoloni: uno scapestrato docente di storia, con la passione per Giulio Cesare e una timidezza così sconfinata da avergli impedito persino di prendere l’abilitazione a insegnare. La sua gavetta? Ai piedi del Colosseo, come centurione per i turisti. Eppure il nostro si ritroverà, in men che non si dica, titolare di cattedra…

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Dopo La casa di famiglia, la ritroviamo di nuovo nei panni di un uomo inetto ma simpaticissimo. Perché è così affascinato da questi ruoli?
Mi piace moltissimo interpretare gli inadeguati: uomini che non possono nemmeno essere considerati maschi beta, perché sono gli ultimi degli ultimi. Se la nostra cinematografia fosse più ricca di ruoli di questo tipo, magari anche dai contorni paradossali, mi batterei per farli.

Meglio loro dei maschi alfa che le hanno regalato la fama in tv?
Il bello e impossibile è un evergreen molto potente, ma spesso non regala le stesse possibilità di approfondimento e introspezione offerte dai personaggi più inetti. Non mi sono andato a cercare i ruoli di maschio alfa: mi sono capitati ed è stato bello interpretarli. Ora però è giusto (ed è bene) cambiare: in fondo la recitazione è proprio questo, ossia sperimentare umanità diverse.

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Con Arrivano i prof, è ritornato agli anni del liceo. Qual è lo stato di salute della scuola italiana?

Da dieci anni lavoro a stretto contatto con scuole di ogni ordine e grado. La mia impressione è che la rivoluzione digitale stia cambiando la società in un modo così radicale che ancora non riusciamo a comprenderne a pieno gli effetti. Per esempio, se è diminuita la capacità di attenzione dei ragazzi, è però cresciuta la loro capacità di fare collegamenti. Credo quindi che la scuola, anziché arroccarsi sulla necessità di impostare la didattica su criteri classici, dovrebbe investire su nuove modalità, che rispecchino il cambiamenti in corso.

Ora mi dirà che bisognerebbe insegnare recitazione nelle scuole?
Certo! I Gesuiti, che sono tra i didatti più efficaci della scuola (e lo dico da non credente), lo fanno da tempo, perché il teatro aiuta i ragazzi a portarsi addosso le cose che studiano, a farle proprie.

Un approccio molto Sessantottino. Peccato che tale visione scolastica non sia mai riuscita a prendere piede…
Prima di tutto il ’68 non è mai stata una rivoluzione, bensì una rivolta borghese… Detto questo, il problema è che le cose andavano fatte con più criterio. Sul nostro sistema scolastico pesano obblighi ministeriali ineludibili, che non lasciano nemmeno tanto spazio per investire.

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Lei, invece, che ricordo ha della scuola?
Un vero incubo per quel che riguarda le medie: come tutti i miei coetanei, ero in preda agli ormoni (ride, ndr). Gli anni delle superiori sono stati invece meravigliosi e complicati al tempo stesso: alcune esperienze non le rivivrei affatto volentieri… Mi piacerebbe però recuperare l’ebbrezza delle prime volte: l’emozione e la sorpresa di vivere per la prima volta qualcosa. Crescendo purtroppo si diventa più disincantati.

Sente di aver perso qualcosa, con gli anni?
Quando ero piccolo ero convinto che, in passato, il mondo fosse in bianco e nero: nella mia fantasiosa visione, il colore sarebbe arrivato più o meno con la mia nascita. Oggi questa cosa mi fa sorridere ma anche riflettere perché rappresenta un po’ l’idea che avevamo da giovani: che c’era un prima di noi e un dopo di noi. Quando sei ragazzo hai la ferrea sensazione che la tua generazione certi errori non li farà: non ripeterà gli sbagli, così evidenti, del passato. Poi purtroppo, crescendo, capisci che non è così e questo fa male. Tale consapevolezza rischia persino di inaridirti. Nel mio piccolo cerco di fare in modo che questo disincanto non si trasformi mai in cinismo e abbruttimento.

E ci riesce?
Ci provo. In questo senso il mio lavoro mi aiuta molto. Credo che almeno una parte di me sia rimasta candida, nonostante la piena consapevolezza di alcune dinamiche che regolano il mondo, soprattutto per quel che riguarda il potere.

Mi tolga una curiosità: già da ragazzo era uno sciupafemmine?
Ammesso che lo fossi, ne ero del tutto inconsapevole!

Veniamo ora al suo presente. Lei spazia dal cinema alla tv, senza trascurare il teatro: all'appello manca solo l’intrattenimento. Non subisce il fascino di questo mondo?
Ho ricevuto delle proposte, anche importanti in termini di conduzione. Credo però che alcuni generi non mi appartengano e, soprattutto, sono convinto che sia un passo prematuro. Devo ancora percorrere un altro po’ di strada e crescere professionalmente, prima di cimentarmi con il mondo dell’intrattenimento. Quindi non lo escludo ma, se avverrà, accadrà nel futuro.

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Quando la rivedremo in tv?
Ho terminato di girare Non dirlo al mio capo 2, ho quasi finito le riprese de L’allieva 2 e a ottobre inizierò La porta rossa 2: il 2018 è l’anno delle seconde stagioni per me.

Cosa ha in serbo invece il 2019?
Mi fermerò, per un po’, con la televisione. Vorrei dedicarmi di più al teatro e... a me stesso. Quando stai a lungo sotto i riflettori, c’è il rischio di perdere se stessi.

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