Rupert Everett strepitoso Oscar Wilde nel film The happy prince

Era uno dei sex symbol degli anni 90, poi si è dichiarato e nulla è stato più come prima: lui che per essere se stesso ha messo in discussione la carriera, ora interpreta lo scrittore irlandese perseguitato per la sua omosessualità nel biopic The happy prince

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Getty Images

L’innocenza elusiva con cui Rupert Everett ti porge un Negroni nel primo pomeriggio è la stessa, ti immagini, del serpente che convinse Eva a mangiare la mela. Garbato, sì, ma senza affettazione, persuasivo senza essere incalzante, attraente per natura, l’uomo che fu Dylan Dog ha una bellezza elegante e matura, cui è difficile rimanere indifferenti. I suoi darling, che trasformerebbero chiunque altro in una macchietta, li concede con misura. Perché sa benissimo l’effetto che fanno. Ci sono cascate Madonna, Bob Dylan e Susan Sarandon, figuriamoci se non ci cascano i comuni mortali: basta poco per credere che Everett sia l’amico cui confidare ogni segreto.

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In sala dal 12 aprile 2018 con il biopic su Oscar Wilde

(evento speciale agli Incontri internazionali di cinema di Sorrento), di cui è sceneggiatore, regista e protagonista, il primo attore di Hollywood a fare coming out è riuscito (a 58 anni e dopo una decade in esilio) a riprendere in mano la sua vita e la sua carriera. Stop alle ossessioni – cocaina, sesso, vanità – una casa in campagna, una relazione stabile, tanto lavoro: la serie da Il nome della rosa, l’esordio da regista e due biografie in cui leggere, tra le altre cose, segreti che forse gli amici avrebbero preferito fossero rimasti tali. Madonna non gliel’ha mai perdonato. Ma lui anticipa ogni domanda in merito: «Un Negroni, darling?».

Rupert Everett nei panni di Oscar Wilde nel film The happy prince.

Si dice che il ruolo di Wilde dovesse andare a Philip Seymour Hoffman. È vero?

Così mi disse Scott Rudin, il primo produttore cui portai il soggetto. Ma io rifiutai. Forse è stato un errore, ma quel ruolo l’avevo scritto come veicolo per la mia carriera. Scott allora mi propose una rosa di registi. Ci ho messo due anni a ricevere le loro risposte: dissero tutti di no. Quindi ho deciso di girarmelo da solo.

Alla fine le è piaciuto entrare nei panni di Oscar Wilde?

Più che altro mi è piaciuto lavorare con me come regista. Lo rifarò. Magari mettendoci meno di dieci anni.

Ha paragonato la figura di Oscar Wilde a Cristo: vuole spiegarci perché?

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Cristo è dio e uomo, Wilde era insieme un genio e un idiota. Era snob, sordo ai sentimenti degli altri, ma allo stesso tempo geniale. Avrebbe potuto sottrarsi alla prigione e allo scandalo, ma non l’ha fatto. Si è lasciato crocifiggere per vivere in eterno. Tutti gli omosessuali devono a lui l’inizio del percorso di liberazione.

Anche lei, facendo coming out, ha sacrificato la carriera. Ancora oggi c’è chi preferisce tacere: penso a Kevin Spacey, per esempio.

Per me non è stato facile. Ho avuto alti e bassi da allora. Kevin Spacey non era molto amato a Hollywood, e questo ha senz’altro aggravato la sua posizione. La mia teoria è che Spacey, non conducendo apertamente una vita gay perché troppo impegnato a simulare un’esistenza etero, mancasse di una corretta educazione al sesso.

È stato difficile gestire “i bassi”?

È stato difficile accettarli. La popolarità è un veleno dolce: hai sempre il tavolo al ristorante, ti muovi in limousine, hai molti privilegi. Dall’altra parte l’insuccesso è una grande opportunità. È come morire senza morire per davvero, è una trasformazione. E ti fa realizzare che nella vita sei quel che gli altri pensano che tu sia. Quando hai successo la gente ti ascolta, ti fa sentire importante. Quando non lo hai smette di farlo. E tu all’improvviso non sei più nulla, anche se dici le stesse cose.

E adesso che immagine pensa che abbia di lei la gente?

Quella di una specie di vecchio mago simpatico. Un Gandalf.

Un Gandalf sex symbol: che rapporto ha con il suo aspetto?

Ormai la mia beauty routine consiste nel non fare assolutamente niente. L’unica cosa che mi concedo è nuotare in piscina. E preferisco che mi offrano ruoli da “brutto”: fare il bello in un film adesso mi metterebbe ansia. Mi piace invecchiare.

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Un giovane Rupert Everett negli anni 80 (qui in Hearts of fire).

È fidanzato da dieci anni. Si sposerà mai?

Non mi piacciono i matrimoni, odio le torte nuziali, respingo l’idea che un contratto possa stabilire la data di inizio di una relazione, che la leghi a un periodo, a un prima e a un dopo. Lo trovo opprimente.

Il segreto di una relazione così lunga?

Ci lasciamo molta libertà. Ogni tanto cerchiamo brevi vie di fuga.

La vostra giornata tipo?

Lui è sempre su Facebook, io leggo libri. Andiamo in campagna, facciamo delle belle passeggiate. Negli ultimi tempi ho lavorato molto, mi piace farlo. E lui mi aiuta.

Ha detto: «Il sesso è finito, meglio il giardinaggio». Lo pensa sul serio?

Non è finito il sesso, è finita la vita dominata dal sesso. Tutta la mia esistenza ha girato intorno al sesso, avevo letteralmente il cervello tra le gambe. Sapere che quel momento è finito mi dà una grande sensazione di benessere.

Perché ha detto che le coppie gay non dovrebbero avere figli?

Oh no, è una fake news circolata dopo un articolo in cui, parlando della mia famiglia, dicevo per scherzo che non avrei mai potuto sopportare di avere due padri. Ho sempre adorato mia madre e mia nonna, ma con mio padre la relazione è stata difficile.

Quindi è a favore?

Non credo che due gay siano per forza genitori migliori di due etero. A favore delle coppie gay c’è certamente il fatto che debbano lavorare duro per avere dei figli. Devono pensarci bene, impegnarsi. Non può semplicemente “capitare”. Al figlio ci arrivano convinti e preparati.

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E lei?

Io non ho istinto materno, non voglio avere figli ma non penso che chi li vuole sbagli. Di mio credo che la razza umana dovrebbe cercare di riprodursi un pochino di meno, perché vivremmo meglio se fossimo in tre-quattro miliardi.

Hollywood e ipocrisia: che cosa pensa dei casi di molestia e del movimento #MeToo?

Il movimento delle donne è nato da un’idea giusta e ha un cuore sincero: bisogna portare a compimento la rivoluzione sessuale, perché l’uguaglianza oggi non esiste. Poi certo, le rivoluzioni non sono mai così limpide. È normale che la gente abbia paura: se dici la cosa sbagliata, rischi di rovinarti la carriera. Colpa anche dei social.

Lei infatti sui social latita.
Perché li odio. Generano estremismo. Persino il movimento delle donne, là, si estremizza. Voglio dire: bisogna anche capire che i ragazzi andrebbero rieducati. I maschi non sono tutti mostri.

A Sorrento 5 giorni di grande cinema

Anteprime, retrospettive, tavole rotonde e incontri. Tornano anche quest'anno, dal 18 al 22 aprile 2018, gli Incontri internazionali del cinema di Sorrento, dedicati quest'anno al genere "drama", con un occhio speciale al Regno Unito (l'anno scorso il Paese ospite era la Francia). La guest star più attesa sarà proprio Rupert Everett intervistata da Barbara Tarricone di Sky Cinema prima della proiezione di The happy prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde, la sera del 21. Tra gli altri appuntamenti da segnalare, l'anteprima di Youtopia di Berardo Carboni, con Matilda De Angelis, Donatella Finocchiaro e Luca Lionello (tutti presenti al festival), l'incontro con lo scrittore Hanif Kureishi e il regista Edoardo De Angelis, intervistati da Piera Detassis, e l'incontro con la scrittirce Daisy Goodwin, sceneggiatrice della serie tv Victoria a cui è dedicata una retrospettiva. La manifestazione è promossa dal Comune di Sorrento, organizzata da Cineventi, con la direzione artistica di Remigio Truocchio, il sostegno della Regione Campania e in collaborazione con la Film Commission Regione Campania. Ci saremo anche noi di Gioia! (info: facebook.com/IncontriCinemaSorrento).

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