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Marissa Mayer, la secchiona incompresa

L'amministratore delegato di Yahoo! sostiene che per ottenere risultati a volte bisogna lavorare molto e sacrificare il tempo con i figli, e fa infuriare le mamme del web

L'amministratore delegato di Yahoo! rivela che per ottenere grandi risultati bisogna sacrificarsi molto, le mamme del web si indignano perché lavora troppo.
Getty Images

Cara Marissa,

devi avere pazienza.

Non siamo abituate alla disciplina. Quando eravamo ancora tutte spiaggiate al sole, sulla stampa locale è rimbalzata un'intervista a Bloomberg in cui parlavi di un sacco di cose interessanti, molte addirittura attuali: la crisi di Yahoo!, la vendita a Verizon, l'arrivo inaspettato delle gemelle nel mentre, la rinuncia al congedo parentale come «un fatto della vita», perché «ci sono tante opzioni, tutte valide, e poi c'è quella che scegli, e cerchi di far funzionare meglio che puoi».

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Di passaggio, hai parlato pure di quando lavoravi a Google. Eri la dipendente numero 20: avevi 24 anni, nel 1999, ed eri il primo ingegnere donna in un'azienda che stava per cambiare i meccanismi del mondo. Tirava un'aria rivoluzionaria, a Mountain View. Ed è facile immaginare l'entusiasmo dei pionieri: «Si sottovaluta sempre l'importanza del lavoro duro. Quando i giornalisti scrivono dell'ascesa di Google, la raccontano come fosse inevitabile. In realtà l'esperienza è stata più simile a… "Puoi lavorare 130 ore a settimana?". La risposta è sì, se pianifichi con attenzione pipì, docce e sonnellini».

Nel linguaggio internazionale delle secchione significa: il segreto di ogni successo è l'organizzazione prussiana. Sotto gli ombrelloni è diventato: questa scriteriata lavora – rumore di calcolatrice – 18,5 ore al giorno, poveri bambini. Quali? Non si sa: il tuo primo è nato nel 2012. Ma la verità non conta, quando bisogna giocare al piccolo moralista. E il rispetto per le scelte delle donne è sempre proporzionale a quanto somigliano alle nostre.

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Le secchione, quest'estate, alle Olimpiadi hanno guardato soprattutto la ginnastica artistica. Cioè: la sublimazione agonistica del perfezionismo ossessivo. Simone Biles – la diciannovenne americana che ha vinto quattro medaglie d'oro – non ha per niente l'aria della martire, anzi: la sua allenatrice «la lascia sorridere», perché sostiene che per migliorare abbia soprattutto bisogno di divertirsi. Infatti passa in palestra meno tempo di tutte, e ai campionati del mondo dell'anno scorso a Glasgow ha guidato la squadra alla rivolta, pretendendo un pomeriggio di pausa dopo tre settimane di preparazione ininterrotta.

La coordinatrice della squadra americana era Márta Károlyi: la leggendaria moglie del leggendario Béla, allenatore senza pietà, che nel 1976 portò Nadia Comăneci al primo 10 perfetto della storia. Siccome i tempi sono cambiati, alle ginnaste ribelli di Glasgow Márta ha dato il permesso di fare una passeggiata. Le ragazze sono tornate in palestra dopo appena venti minuti. Il resto del mondo non capisce, Marissa, ma per voi secchione di successo la devozione maniacale è parte integrante del divertimento.

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