Che senso ha parlare ancora di razzismo in un'epoca che ha scelto la globalizzazione?

In una prima ipotesi, poi smentita, l'autore della strage nella scuola della Florida avrebbe agito in nome del "suprematismo bianco": ma colori, razze e altre categorie non sono più in grado di descrivere la nostra realtà complessa

Razzismo società multirazziale
Guilherme Stecanella on Unsplash

Bianco, nero, giallo, rosso... Vorrei che si tirassero in ballo i colori solo quando si parla di vestiti (come ora nella Settimana della moda, per esempio, quando abbiamo incoronato il verde re indiscusso di stagione; non me ne vogliano i marziani). Eppure c'è ancora chi li associa alle persone e chi li usa per definire intere categorie antropologiche, geografiche, religiose eccetera. Il 19enne Nikolas Cruz la settimana scorsa ha sterminato 17 innocenti con un fucile semiautomatico in un liceo della Florida. In un primo momento il suo profilo è stato collegato a gruppi di suprematisti bianchi. Non è così, è solo uno spostato. Ma dare delle motivazioni "cromatiche" all'odio e alle stragi è tornato tragicamente di moda.

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Bruce Mars/Unsplash

Siamo tutti popoli in viaggio

Il suprematismo bianco è un'ideologia che ritiene i detentori di fototipo caucasico (cioè pelle chiara) superiori a tutti gli altri: africani, ispanici, asiatici. Non si capisce in base a quale requisito: non c'entra il QI, c'entra la melanina. Che si torni a parlare di potere bianco, dopo tutto quel che è successo nel secolo scorso, con le folli derive dell'arianesimo, le violenze del Ku Klux Klan, le mattanze dell'apartheid, a me sembra una cosa da pazzi. E da pazzi è che si parli ancora di razzismo in un'epoca che ha sposato la globalizzazione, che ha accorciato le distanze e abbattuto le frontiere, che ha scelto l'inglese come lingua comune e promosso il movimento di grandi masse umane. Siamo ormai tutti popoli in viaggio. Non solo quelli che scappano dalle guerre e dalla povertà, ma pure noi che andiamo a cercare all'estero lavori migliori, contratti migliori, sogni possibili e opportunità. Veniamo da ogni parte del mondo, mangiamo spaghetti e kebab, c'innamoriamo e ci mescoliamo, creando razze nuove, come i cani. Che a chiamarle razze già mi fa impressione - infatti c'è chi vuol togliere la parola "razza" dalla Costituzione, ma poi il razzismo come lo chiamiamo? - eppure in genere sono le migliori. Lo spiega bene un libro appena uscito negli Stati Uniti che sdogana il neologismo "birazziale", e le nuove star dal sangue misto (come Meghan Markle): belle in modo imprevedibile, diverse, portatrici sane di nuovi canoni estetici che spruzzano lentiggini su incarnati color cioccolata.

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Zachary Nelson/Unsplash

La realtà è troppo complessa

Eppure ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa da ridire, che non potendo attaccarsi al colore si attaccherà alle sfumature. O al crespo dei capelli o al naso schiacciato. Giudicare una persona non per quello che è ma per quello che rappresenta, incasellarla in un luogo comune, è operazione pericolosissima. I neri criminali e spacciatori, gli italiani mafiosi, le donne tutte vittime o puttane. Il meccanismo è identico e può applicarsi senza fatica a varie categorie: etniche, culturali, di genere. Semplificare ci aiuta a rendere meno complessa la realtà e a farci scegliere da che parte stare. Ma non è sempre necessario scegliere e la realtà è complessa per natura, quindi non lasciamoci imbrogliare.

No ai pregiudizi, sì agli individui

La semplificazione è il concime dei pregiudizi e può causare danni madornali in tempi di rispolvero dell'odio razziale e strumentalizzazioni acchiappa-voti per puri fini elettorali. Nikolas Cruz è solo un mostro. Se avesse avuto la pelle scura sarebbe stato il simbolo del ghetto criminale e malfamato. Se avesse urlato «Allah akbar» avrebbe indotto Donald Trump a emettere seduta stante un nuovo ordine di estradizione per tutti gli uomini di fede islamica calpestanti suolo americano. Ma è solo un ex liceale disturbato nato nel Paese delle armi facili. Risponde solo a se stesso. Non a un'ideologia, a un popolo, a una fede. Tutti dovrebbero essere giudicati come individui, non come metafore di massimi sistemi. Lo dicono a vario titolo tanti personaggi che abbiamo ospitato nel numero 7 di Gioia! in edicola. Gente "segnata" per una qualche ragione che non ci sta più a incarnare un cliché: quello della vittima, della cattiva ragazza, del sopravvissuto a una strage. Persino Anna Dello Russo, che ci ha regalato un'intervista intelligente e spassosissima, si è stufata di essere etichettata solo come fashion victim. Mette in vendita i suoi vestiti. In fondo tutti, griffati o no, siamo di più di quel che sembriamo.

Scrivete a Maria Elena Viola, direttore di Gioia!: direttoregioia@hearst.it

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