Vi racconto come sono diventata la più grande esperta di capelli vivente e vi svelo tutto quello che ho imparato

Altro che sacchetti biodegradabili: voto il primo partito che faccia una legge per cui lo shampoo è incluso nel costo della piega

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George Gvasalia / Unsplash

Quando avevo 15 anni, andavamo agli eventi delle scuole di parrucchieri. Non so se si usi anche tra le liceali di adesso: loro dovevano imparare, e quindi ti tagliavano e ti tingevano (perlopiù malamente) gratis; noi eravamo abituate a cambiare taglio e colore almeno due volte al mese, e quindi facevamo felicemente da cavie risparmiando qualcosa. Verso i 40, sono diventata come racconta Nora Ephron in quelle sagge righe ripubblicate ora da Einaudi in Racconti da ridere: una che s'interroga sui soldi e il tempo buttati per avere capelli decenti. Che, siccome la natura e la vita sono ingiuste, non sono uguali per tutti.

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Pensate di avere capelli problematici? Lasciate che v'illustri come sono i capelli di una che da più di trent'anni è presentabile solo previa messinpiega professionale: sottili; pochi; ricci (ma ricci una ciocca sì e una no, crespi, senza volume: non il riccio bello che, come mi spiegò una volta un parrucchiere romano crudele, è solo quello fatto dai parrucchieri; o quello di Afef, beata lei); e con una tendenza a trasformare qualunque tintura in mogano che, quando la tintura inizia a farsi indispensabile causa capelli bianchi, rende difficilissimo trovare qualche colorista che pazientemente ti eviti quello che chiameremo il rosso-menopausa. Date queste mie condizioni croniche, sono diventata la più grande esperta di parrucchieri vivente. So che sei incapace già da prima di cominciare: ho quattro capelli, se devi separarli con le pinze, la piega verrà una schifezza. So che sei incapace dal tempo d'esecuzione: uno bravo ci mette otto minuti (ve l'ho detto: ho quattro capelli); l'altro giorno di fianco all'anagrafe uno mediamente incapace ce ne ha messi quaranta; come previsto, nelle foto della carta d'identità sembro una che ha appena preso la pioggia, nonostante avessi appena dato 30 euro a un tizio cui avevo solo chiesto un po' di volume.

Ogni volta che faccio la piega nel centro di Milano, rimpiango i ragazzini di periferia che imparavano sulla mia testa negli anni Ottanta. Uno a uno, ho abbandonato per disperazione tutti i parrucchieri vicino casa, che si fanno pagare come fossero i migliori del mondo ma sembra stiano facendo sperimentazioni scolastiche. Quella di via Castelfidardo, che mi fa schizzare l'acqua sulla camicetta di seta (33 euro, più il lavasecco per la camicia; quando ho fatto presente alla tizia alla cassa che la settimana prima me ne aveva chiesti 23, ha finto di non avermi mai vista prima). Quella di via Fratelli Castiglioni, che siccome ho molti nodi sciacqua la crema e pensa bene di pettinarmeli da bagnati ma senza crema (28 euro). Da uno in corso Garibaldi, con scritto cubitale "15 euro" in vetrina, sono uscita prima di cominciare, sentendo redarguire una cliente con lo shampoo in testa: come le veniva in mente che facesse 15 euro, ce n'erano da aggiungere 5 di shampoo e 5 di crema.

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A quindici anni ho avuto capelli fucsia e contropermanenti che me li facevano cadere a ciocche, ma una cosa non succedeva mai allora, e accade sempre oggi: che, se andavi a lavarti i capelli, il lavaggio dei capelli fosse considerato un costo in più. Altro che sacchetti biodegradabili: voto il primo partito che faccia una legge per cui lo shampoo è incluso nel costo della piega. Anzi, chiediamo l'impossibile: anche il balsamo.

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