Cara Blythe, le figlie devono imparare a difendersi da sole (sì, anche Gwyneth Paltrow)

Dopo che il New York Times ha criticato Gwyneth Paltrow per come ha gestito l'esperienza con Harvey Weinstein, sua madre ha scritto una lettera di protesta al giornale

Non più un intoccabile di Hollywood, il molestatore delle dive Harvey Weinstein ci obbliga a una riflessione in più: oltre all'indignazione e alla solidarietà, dobbiamo essere capaci di raffinare l'analisi ed emanciparci da ruolo di vittime perfette.
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Cara Blythe, devono difendersi da sole.

Le figlie, dico. Nello specifico: la tua. La piccola Gwyneth ha 45 anni e, dopo una prima vita da reginetta del ballo, governa un impero milionario di flussi energetici e fissazioni pseudoscientifiche in virtù del quale viene insolentita su base settimanale. Sono piuttosto certa abbia sviluppato una cospicua corazza (o quantomeno conosca una miracolosa ricetta di alghe cinesi adatta allo scopo).

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Gwyneth Paltrow con la madre, Blythe Danner.
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Però devo dirtelo: la storia di Gwyneth ha confuso anche me. Aveva 22 anni ed era stata scelta per fare Emma, incontrò Harvey Weinstein in quanto capo della Miramax al Peninsula di Beverly Hills, lui le propose di concludere la riunione con un massaggio in camera. Lei si terrorizzò, comunque rifiutò, e la sua carriera proseguì indisturbata: due anni dopo vinse uno dei mirabolanti sette Oscar di Shakespeare in love. Fin qui, tutto bene – cioè: malissimo, ma in linea coi racconti delle altre molestate, magari al netto del lieto fine.

Quel che colpisce è sua la reazione. Anziché venirlo a raccontare a te – mamma affettuosa, ma pure attrice di qualche successo – oppure a papà Bruce il produttore che, come ci tieni a ricordare, ha vinto persino un Diversity Award per il suo impegno nel sostenere donne e altre minoranze, Gwyneth corse dal fidanzato, un tale Brad Pitt. Il quale, nel 1994, aveva a stento girato Intervista col vampiro, e ciò nonostante si precipitò a difendere l'onore della sua bella in una fiammeggiante reinterpretazione del numero «Ehi, tu, porco, levale le mani di dosso». (Proprio il suo stile).

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Gwyneth Paltrow con Brad Pitt nel 1995.
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Devi esserti sentita usurpatissima, lo capisco. Per questo hai pensato di rimediare oltre vent'anni dopo contestando l'editoriale sul New York Times in cui Maureen Dowd la accusa di aver messo da parte ogni scrupolo pur di diventare «la First Lady di Miramax». Non è vero, dici tu: ha soltanto mantenuto il punto, e preteso rispetto dal signor Weinstein. La piccola Gwyneth è perfettamente in grado di badare a se stessa: quale migliore garanzia di una lettera della mamma al giornale?

In questi giorni di continue testimonianze, un'allora giovane sceneggiatrice ha raccontato di quando, nel 2000, confessò a Carrie Fisher di essere stata molestata da un produttore, e quella lo omaggiò di una lingua di mucca confezionata in un pacchettino di Tiffany.

Carrie Fisher.
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Ecco, Blythe: per fare bene la mamma-elicottero – quella in perenne ricognizione dell'incolumità filiale – servono fantasia e velocità di esecuzione. Se non sei in grado di far recapitare al momento giusto l'organo di un mammifero in una scatola di alta gioielleria, tanto vale lasciare che tua figlia se la sbrighi da sé.

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