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Figli: fino a che età è giusto mantenerli?

I figli hanno diritto ad essere mantenuti fino a una certa età, i genitori, d'altra parte, a scaricarli dopo una certa età

Getty Images

Fino a quando dovrò mantenere le mie figlie? Spero poco. Anzi mi sto attrezzando affinché possano al più presto mantenere me (di questi tempi non si sa mai): corsi di teatro, lingue, sport... Se non diventano premi Nobel (dubito), che almeno si impegnino a conquistare un Oscar o una medaglia d'oro o un qualsivoglia contratto a termine, che tra tutte le imprese mi sembra la più difficile e auspicabile. Tutto purché non restino a ciondolare in casa, ruminando reclami e piagnistei contro il mondo crudele che non gli trova una collocazione. I figli hanno diritto ad essere mantenuti dai genitori fino a una certa età. I genitori, d'altra parte, a non doversi sobbarcare oneri e spese per il loro futuro dopo una certa età. È loro il futuro, mica il nostro.

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Dunque trovo davvero surreale la storia di quel povero padre di Pordenone portato in tribunale dalla figlia 26enne, svogliata universitaria fuoricorso che a "faticare" non ci pensa proprio, per ottenere, oltre a vitto e alloggio, un assegno di mantenimento di oltre 2.000 euro, come già stabilito in sede di divorzio dalla madre. A scatenare le ire della giovane, la decisione genitoriale di ridurle la paghetta a 20 euro (ché a foraggiare una pelandrona all'infinito ci può anche stare che dopo un po' ti girino). Morale, i giudici hanno dato ragione a lei: un figlio che non ha raggiunto l'indipendenza economica deve essere mantenuto, dice la legge. Ma se ha la certezza di avere il "culo al caldo", siamo sicuri che poi si sbatta per ottenere l'agognata indipendenza? Agognata, si fa per dire. Alla fine il povero padre dovrà versarle solo 350 euro mensili. Speriamo che le bastino per smalti e parrucchiere.

Ai tempi miei (sta per partire il pistolotto) tagliare i ponti col paterno ostello, come direbbe quel "coetaneo" di Leopardi, era per tutti la cosa più ambita. Il senso d'onnipotenza e libertà che io ho provato versando il primo affitto per un monolocale di 30 mq senza termosifone («Ma tanto è piccolo, signorina, ci vuole un attimo a scaldarlo con la stufa»), e senza uno straccio di contratto, ancora lo ricordo. Niente mi dava più euforia che vivere da sola. Non dover chiedere niente a nessuno, farmi fregare anche, ma in totale autonomia, era pura goduria da conquistatore. E infatti mi conquistavo la libertà e la vita, un pezzetto alla volta, mangiando quasi ogni sera riso e lattuga – sazianti ed economici – sapendo di avere, sì, le spalle coperte, un aiutino all'occorrenza, ma giusto il minimo, che il bello degli inizi è proprio la fatica. E più ne fai e più ti senti fiero.

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A giudicare dal numero dei neet – i giovani non impegnati né nello studio né nel lavoro (not engaged in education, employment or training) – dei laureati che "aspettano" fantomatiche chiamate restando sdraiati nella cameretta, degli over 30 che accettano un impiego solo se sta vicino a casa, forse è un'urgenza che s'è esaurita. È colpa della crisi? In parte. Se sai che il futuro è a numero chiuso, te la prendi comoda. Oppure fai di tutto per entrarci in quel numero. Sapendo che per farcela ci vuole il doppio: d'investimento, di tigna, di fatica. Contando nell'aiuto di chi ti ha cresciuto. Fare il supporter di un figlio motivato è il più bello dei mestieri, a patto che ognuno ci metta del suo. Riguardo alla storia della ragazza di Pordenone non voglio credere che la vicenda sia andata proprio come raccontano i giornali. Preferisco pensare che quel "compenso" che chiedeva al padre, fosse l'indennità di una figlia tradita. La buonuscita per un'ex bambina che non si è sentita amata abbastanza.

Scrivetemi a: direttoregioia@hearst.it

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