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Perché andrò con mia figlia al concerto di Ariana Grande

A neanche due settimana dall'attentato la popstar torna a Manchester per un concerto di beneficenza in onore delle vittime: è per loro che bisogna vincere la paura

A meno di due settimane dall'attentato, Ariana Grande torna a Manchester con un concerto di beneficenza all'Old Trafford Cricket Ground con ospiti prestigiosi come Justin Bieber e Katy Perry.
Getty Images

«Non ci arrenderemo, non ci faremo condizionare dal terrore», ha scritto Ariana Grande su Twitter a neanche una settimana dall'attacco all'uscita del suo concerto a Manchester del 22 maggio. Dopo la sospensione immediata del Dangerous Woman Tour – «Per avere modo di valutare approfonditamente la situazione e tributare il doveroso rispetto alle vittime» – lei si era rifugiata a casa della mamma, in Florida, comprensibilmente traumatizzata. Poi la reazione: «Ho deciso di tornare a Manchester per passare un po' di tempo con i miei fan, e tenere un concerto in onore delle vittime per raccogliere fondi destinati alle loro famiglie».

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Si chiamerà One Love Manchester, si terrà al campo da cricket dell'Old Trafford la sera di domenica 4 giugno, e si preannuncia memorabile: hanno finora confermato Justin Bieber, i Coldplay, Katy Perry, Miley Cyrus, Pharrell Williams, Usher, Black Eyed Pea, i Take That, Niall Horan degli One Direction. La regolare tournée riprenderà quindi il 7 a Parigi; restano gli appuntamenti di Roma e Torino, il 15 e il 17 giugno.

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Non serve essere la popstar al concerto della quale 22 persone, perlopiù giovanissime, sono state ammazzate da un terrorista scellerato – e 116 ferite – per capire che l'eroismo non è un riflesso automatico. Che la paura è un nodo secco alla gola, indeglutibile. Che la prima risposta ogni volta – quella che non si può pronunciare – è decidere di non uscire più, basta, arrendiamoci: rimaniamo vivi. E però non si può. Non si deve. Non si fa.

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Ho una figlia di otto anni – otto: come Saffie, che era a Manchester – che da qualche tempo ha deciso che lei e Ariana Grande sono anime affini. I giornali sono pieni di consigli per spiegare il terrorismo ai bambini, ma io l'altra mattina ho fatto finta di niente: bisognava correre a scuola – è stata la mia scusa – e a cena avremmo potuto parlarne con calma. «C'è stato un attentato» è una frase che non la coglie di sorpresa – la mia realtà è la sua normalità – ma volevo che per qualche ora ancora potesse sentirsi sicura. Sicura che dai concerti di Ariana Grande si torna vive.

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«Sono stata proprio fortunata, mamma», mi ha detto quella sera, «perché se fossimo stati a Manchester ci sarei stata anche io, mi ci avresti portato. Vero che mi ci avresti portato?» Eh? Boh, sì, credo di sì. «Voglio dire» – a otto anni non esiste un momento sbagliato per estorcere una promessa – «Se viene a Milano mi ci porti, no?». Silenzio. Poi mi sono sentita rispondere col tono rassicurante che consigliano i giornali: sì che ti ci porto, amore, certo. Dentro ogni fibra della mia codardia strillava: «Che cosa ti dice il cervello, cretina». Ma è precisamente questo il motivo per cui i bambini sono preziosi. Ti costringono alla promessa di essere coraggiosa, e non ti lasciano in pace finché non la mantieni.

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