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Dedicato alle donne che faticano troppo (ma non si stancano)

Le donne sono progettate per sopportare la fatica, restando ottimiste e positive per far felici tutti, perché l'entusiasmo le tiene in piedi, anche quando hanno giornate di 110 ore compresse in 24

Getty Images

Le donne non si stancano. Neppure quando dicono "un altro sì", cantava la Mannoia. E uno pensava a mariti infedeli, fidanzati crudeli, amanti voltagabbana. Perdonati ogni volta, ripresi. E invece si parlava anche dei sì della vita. Forse non ne parlava la canzone, ma ve ne voglio parlare io. Di tutti i sì, o se preferite di tutti i no non pronunciati di cui si caricano le spalle le donne. I sì sul lavoro - ai capi dispotici, ai colleghi furbetti - non per ruffianeria bensì per goffaggine, cortesia, incapacità congenita a sottrarsi e deludere. Ma pure per generosità, passione, senso del dovere, amore incondizionato per quel che si fa. Sì a fermarsi dopo l'orario di lavoro, rinunciare alle ferie, cambiare il turno, fare un mestiere al posto di un altro, per pura gentilezza, senza contropartite. Sì ai figli, al marito, ai genitori anziani, all'amica in difficoltà, al cane che ha fame e deve fare pipì, al vicino che chiede un favore, al vecchietto che al super si fa spingere il carrello.

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Ma non puoi farti aiutare da qualcuno?

Le donne hanno giornate da 110 ore compresse in 24. E ormai non lo dicono più, che poi fanno pure la parte di quelle che se la tirano – le odiose multitasking – o si lamentano – le lagnose. Marciano, a testa bassa, senza parlare. Bariste, parrucchiere, insegnanti, avvocatesse, magistrate, impiegate, dottoresse; benestanti o disperate; single o ammogliate, separate, fidanzate, con figli oppure no, tutte sulla stessa bici a pedalare: l'avete voluta voi la bici, no? Stanche da far schifo la sera. Strofinacci da buttare nel gabbiotto delle scope e spegnere la luce. Ronf. Sfrante. Eppure pronte ancora a dire "un altro sì". Preparare la cena. Sparecchiare, lavare, rassettare. Cambiare la sabbietta al gatto. Ripetere i Fenici. Raccogliere le tracce di vita aliena dalle stanze (calzini spaiati, carte di merendine, disegni di tecnica, magliette sudate). Cercare di raccogliere gli ultimi refoli di energia per ascoltare, sorridere, scherzare, guardare i titoli di testa di un programma qualsiasi e poi crollare letteralmente sul divano. Svenire di colpo più che addormentarsi. Precipitare dentro un vortice senza fondo, come Alice in Wonderland risucchiata dalla terra.

Le donne si stancano, ma non lo dicono

Sono così stanche che vanno avanti per forza d'inerzia. Sveglia, vestiti, colazione, tram, cartellino eccetera eccetera. Un'esistenza narcotica coperta da un guscio di ipercinesi. Fanno mille cose ma le fanno in trance. Pensandone altre mille nel frattempo. Essendo qui e altrove, sempre, che portino scarpe firmate o sneaker sformate dei tempi della scuola. Schiave, tutte, della precarietà o della giostra dei vincenti: simili negli opposti, le supermanager e le co.co.co. Impossibile scendere, da qualsiasi parte stai. Se rallenti, se cala la performance, se dici no, se molli il colpo, sei fuori. Per questo continuano a correre come criceti sulla ruota. Senza pensare e senza questionare. Ottimiste e positive, per far felici tutti. Perché è l'entusiasmo che le tiene in piedi, l'energia a perdere prodotta dall'investimento sul piacere altrui.

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È sempre stato così ma oggi di più

Perché la crisi, i tempi, la benedetta parità, hanno smontato tutto: ruoli, funzioni, categorie. E s'è deciso che noi si fa tutto: le cose di ieri e quelle di oggi, senza sconti (l'hai voluta o no 'sta bicicletta?). Fino a schiantare. Isabella Ragonese, magnifica persona e attrice, porta al cinema la storia di una donna morta di fatica. S'ispira a un fatto vero, perché di fatica si può morire veramente. E anche d'indifferenza. La morte non è solo quella fisica, ma anche quella che si consuma lentamente quando rinunci a vivere per sopravvivere. Tagliare tutto: il tempo libero, gli amici, le carezze, le cose inutili che riempiono la vita, le ore perse, per tirare avanti. Mentre qualcuno, da qualche parte, ci aspetta.

Scrivetemi a: direttoregioia@hearst.it

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