Un lavoro? Faccia tosta e voglia d'imparare

Quando il ministro del Lavoro ha detto che è più facile trovare un impiego in uno spogliatoio di calcetto che mandando curriculum, io non sapevo di che parlasse, ma sapevo che aveva ragione

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Getty Images

Escludendo quelli estivi dell'adolescenza, il mio primo lavoro non era un lavoro. Berlusconi aveva vinto le elezioni: io avevo 21 anni, che era l'età giusta per ritenerla una cosa gravissima contro cui i giornali dovevano impegnarsi, come scrissi in una lettera a un direttore. Non so bene perché: fino a un quarto d'ora prima volevo fare l'attrice, e poi non lo conoscevo. Era uno di quelli che rispondono alle sconosciute (nella vita ci vuole fortuna). Mi piazzò in un ufficio in cui si faceva il marketing: si organizzavano proiezioni di film e altre cose cui legare il marchio del giornale. Per un anno il capo di quell'ufficio mi disse: domani parliamo del tuo contratto. Per un anno l'ufficio in cui andavo tutti i giorni non mi diede soldi, e ancora mi chiedo perché avrebbe dovuto: non sapevo fare niente, e a organizzare quelle serate mi stavo creando contatti. Mica era un lavoro, accumulavo numeri di telefono che fuori da lì non avrei saputo come procurarmi: avrei dovuto essere io a pagare loro, quasi.

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Mi misi in testa di fare un libro d'interviste. Feci perdere tempo a un po' d'attori, tra cui Paolo Rossi, che acconsentì all'intervista dicendomi di raggiungerlo alle prove d'una trasmissione. Nella platea del teatro c'era il capostruttura, chiacchierammo e dopo un po' mi disse: tu dovresti fare tv. Mesi dopo, un suo amico andò a dirigere una tv. Gli chiese dei nomi di giovani volenterosi: finii a fare l'autrice d'un programma di calcio. Mi pagavano poco, cioè il giusto per una che non ha mai visto una partita (ero portatissima per le telepromozioni, però); anche lì, avrei dovuto pagare io: quel direttore di rete m'insegnò quasi tutto quel che so di tv. Il resto lo appresi osservando la conduttrice (all'epoca al picco del proprio successo, e mi piange il cuore a vederla ora che di lavoro litiga nei talent show del sabato sera). Una sera mi disse: «Tu credi di poter dire a me cosa devo fare? Devi stare un po' con Baudo, tu, e vedere come tratta gli autori».

Qualche mese dopo il capostruttura del programma di Paolo Rossi diventò vicedirettore d'una rete radiofonica. Mi offrì di condurre un programma. Chiacchierare, lui l'aveva capito subito, era il mio talento naturale. Cinque anni dopo, quando l'ufficio contratti della radio mi telefonò e mi disse che il mio, che scadeva il giorno dopo, non sarebbe stato rinnovato, presi i numeri di telefono di quelli che avevo negli anni chiamato come ospiti e chiesi se per caso potevo scrivere sui loro giornali. Alcune dissero sì (la cosa più simile alla solidarietà femminile che mi sia mai capitato d'incrociare). Uno cui non avevo chiesto niente ma che era stato mio ospite in radio disse alla vicedirettrice d'un femminile: «C'è questa ragazza, a parlare è brava, ma non so mica se sia capace a scrivere». Era Beppe Severgnini, e quella frase diffidente è la cosa più vicina a una raccomandazione che abbia mai incrociato. Sono passati sedici anni, e scrivo ancora sui giornali.

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Siccome sono una mozzarella, non ho mai fatto alcuno sport. Quindi, quando il ministro del Lavoro ha detto che è più facile trovare lavoro in uno spogliatoio di calcetto che mandando curriculum, io non sapevo di che parlasse, ma sapevo che aveva ragione: se hai abbastanza faccia tosta e voglia d'imparare, anche imbucarsi nei teatri è un buon metodo.

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