Abbiamo lasciato ai nostri figli la libertà di credere e ora annaspano in un mare troppo aperto

A casa mia la fede in Dio non era un’opzione, era una clausola senza diritto di recesso, oggi però mi chiedo chi abbia fatto meglio: noi che non abbiamo imposto la religione o i nostri padri che il credo ce l’hanno inculcato a prescindere

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Lilian Dibbern /Unsplash.com

In principio era la preghierina della sera. Il lungo elenco di richieste a Gesù prima di andare a letto, come se fosse Babbo Natale. Fammi essere sempre buona, fa che la maestra non mi interroghi, fa che mi comprino la Barbie Superstar… Poi la messa per lumare i ragazzi. Tassativa quella delle 11.30, era lì che tra l’omelia incalzante di padre Augusto e il via-vai strombazzante dei motorini sul piazzale antistante alla chiesa, dardeggiavano sguardi, fiorivano amori, nascevano e morivano flirt concordati per interposta persona («Mauro chiede se vuoi metterti con lui»), primo caso di relazioni a distanza per abuso di platonismo. La religione era un pretesto. Tutte noi ragazzine si aspettava il mese di maggio per vedersi alle 7 di sera in una piazzetta a dire il rosario solo per guardare questo e quello. Si credeva molto nell’ama il prossimo tuo, purché fosse carino e non avesse troppi brufoli.

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Ben White / Unsplash.com


A casa mia la fede in Dio non era un’opzione, era una clausola senza diritto di recesso. Si credeva per nascita, per educazione, per coercizione. Il primo gennaio si andava a messa anche se si era rincasati alle 6, il 25 alla celebrazione di mezzanotte perché è così che vuole la liturgia, e e a dare i regali non era Santa Klaus ma il Bambino in persona, cui il nonno lasciava acqua e mandarini davanti alla porta di casa in cambio dei pacchetti sotto l’albero: in fin dei conti, un buon affare. Tutti, o quasi, si andava a catechismo. Si faceva la comunione e poi la cresima (ma a quell’età c’era già chi bigiava), si aderiva all’idea di peccato senza se e senza ma censurandosi i brutti pensieri, si credeva fermamente al valore della verginità. Insomma per chi come me, era nato in una famiglia cattolica, la religione non era solo una risposta all’umano bisogno d’infinito, ma un pennarello che tracciava tutto un percorso esistenziale. Invidiavo le coetanee che bellamente si davano al primo ragazzotto intraprendente, mentre io lucidavo la mia illibattezza per consegnarla un giorno al più meritevole dei pretendenti (depositario del “vero amore”.)

Era una vita difficile. Un viaggio a ostacoli tra frustrazioni e sacrifici. Ma anche una guida a cui appellarsi quando la confusione rendeva incerta la rotta e aspro il cammino, facendoti sentire fragile e perduta. Dentro un perimetro ci si sente forse meno liberi ma “contenuti”, in un’età in cui d’improvviso salta tutto, certezze, punti fermi, basi estetiche. Poi si ha tutto il tempo di crescere, cambiare, affrancarsi da certi fili spinati che recintano i pensieri. S’impara a vivere, a scegliere, anche a sbagliare, fuori da quei paletti, ma non si ha più paura.

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Stefan Kunze/Unsplash.com

Mi chiedo chi ha fatto meglio, noi che abbiamo lasciato ai nostri figli la libertà di credere a quel che volevano, pure a niente; o i nostri padri che il credo ce l’hanno inculcato a prescindere, senza neppure chiederci il permesso. Quello che so è che “i ragazzi di oggi” ci annaspano in questo mare troppo aperto, e cercano boe che a volte non reggono. Secondo il Dalai Lama se le persone crescono e vengono istruite solo in una cultura materialista, se pure aumenta il benessere sociale, non può aumentare quello personale. Rabbia, depressione, frustrazione sono i malanni del nostro tempo, abile a scovare nuovi algoritmi per connettere la gente, ma non a dare la felicità. Che sempre nasce a parer mio, dalla capacità di tener vivo dentro di sé quel senso di umana finitezza rispetto al trascendente che chiamano fame di spiritualità. Alimentando la ricerca d’altro, più alto, rispetto a ciò che siamo e vediamo e tocchiamo, comunque lo si chiami.

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