Matteo Salvini sugli psicofarmaci è in linea con la generazione Sapore di mare

La sua opinione sui tranquillanti sembra mutuata da un dialogo di Eleonora Giorgi: "Bisognerebbe inventare delle pillole per non prendere più pillole"

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Ognuno ha i suoi modi di salvare una relazione. La mia crisi del settimo anno con Milano la risolsi scrivendo un romanzo. Giacché capisco le cose solo mentre ne scrivo, mi servì inventare un’autrice televisiva che ingollava psicofarmaci assortiti per capire perché tutte le milanesi che conoscevo fossero sotto Xanax. Furono mesi divertenti: nessuno credeva che certe informazioni le domandassi davvero per un libro («Mi serve sapere il dosaggio massimo delle benzodiazepine: sto scrivendo un romanzo» convince gli interlocutori persino meno di «Sono su Tinder perché sto scrivendo un articolo»); tutti si preoccupavano che m’impasticcassi (troppo). Poi Francesca Archibugi e Paolo Virzì scrissero una sceneggiatura che diede al consumo di tranquillanti dignità di commedia: nella Pazza gioia Valeria Bruni Tedeschi era una contessa (forse; di sicuro, una mitomane) che prescriveva psicofarmaci a sé e alle compagne di clinica.

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Una scena del film La pazza gioia.
Courtesy photo

«Le goccine» entrò nel lessico collettivo: se una era nervosa non aveva preso le goccine, se avevamo una giornata storta potevamo allegramente attribuirla al dosaggio sbagliato di goccine, se in tv o in Parlamento succedeva qualche assurdità invocavamo goccine mutuabili. La settimana scorsa l’agenzia del farmaco ha fatto sapere che gli italiani prendono troppi psicofarmaci. Gli articoli sui quotidiani non specificavano di che tipo, e a me è subito venuta in mente Eleonora Giorgi in Sapore di mare 2: «Pillole per addormentarmi, per svegliarmi, pillole per stare su, per stare giù, per non ingrassare, per non rimanere incinta». Mica tutte le psicopillole sono uguali: l’anno scorso il New York Times sintetizzava che la Prozac nation, il paese che un tempo ebbe bisogno d’una pillola per tirarsi su, adesso era diventata gli Stati Uniti dello Xanax, cioè s’impasticcava per tirarsi giù (dall’ansia).

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Lo stesso giorno, Matteo Salvini è andato al Quirinale e, uscendo da lì, tra tutte le cose che avrebbe potuto dichiarare, ha scelto di dire che non era accettabile che il 20 per cento degli italiani prendesse psicofarmaci. Mentre il televisore si riempiva di commentatori politici che – col tono che negli anni 80 avevano i genitori determinati a negare che i figli si facessero di eroina finché non li trovavano collassati in bagno – dicevano che insomma, mica sarà un problema sociale questo, il mio telefono si riempiva di messaggi: amiche (ma anche amici) che minacciavano la rivoluzione se il nuovo governo avesse tassato le goccine.

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Eleonora Giorgi.
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Le milanesi, ora che convivo con loro da più di dieci anni lo so, più che per il rincaro sono preoccupate di dover ricorrere al generico: la sostituzione dello psicofarmaco di marca con uno che ha lo stesso principio attivo ma è no logo viene da esse guardata col raccapriccio che riserverebbero a certi collant velati romani. Con la calma di chi ha imbroccato il dosaggio giusto, io credo d’aver capito cosa intendesse Salvini. Non voleva tassare le goccine, né ridurci al generico, e neppure prometterci che col suo governo saremo tutti felici ed equilibrati e non ci servirà più il soccorso della chimica. Voleva solo svelarci che la sua linea politica è mutuata dal finale di quel dialogo di Eleonora Giorgi: «Bisognerebbe inventare delle pillole per non prendere più pillole». È anche lui della generazione Sapore di mare.

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