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Da quando i social hanno dato diritto di parola a tutti, la verità è diventata quella della maggioranza

Oggi le minoranze non esistono più, o meglio non hanno voce, e le opinioni sono diventate opinioni di massa: se una cosa la dicono o la pensano in tanti, è vera

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Nacho Capelo / Unsplash.com

"Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone... Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza", diceva nel '93 Nanni Moretti in una battuta di Caro diario passata alla storia. Mi è tornata in mente giorni fa, mentre riflettevo sul fatto che le minoranze non esistono più. O meglio, non hanno voce. Da quando i social hanno dato diritto di parola a tutti, le opinioni sono diventate opinioni di massa. Se una cosa la dicono o la pensano in tanti, è vera. Non serve neppure verificarla. Possibile che sia infondata se la condividono così tante persone? E poi, chi ha tempo di controllare? In Rete la voce autorevole di uno – pensiamo al dottor Burioni, immunologo, fervente pro-vax e crociato anti-bufale – vale niente contro le voci non autorevoli della maggioranza. La verità è diventata una questione numerica.

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Rawpixel / Unsplash.com

L’altro problema della comunicazione via social è che azzera le sfumature. Si può condividere o non condividere. Punto. Non si può condividere in parte o condividere precisando che... Il Web richiede idee chiare e stringate. Vietato argomentare, puntualizzare, dettagliare, circostanziare, ritrattare. Allora, è meglio stare zitti. Perché una volta espresso un concetto rimarrà scolpito nella memoria collettiva, sopravvivendo persino alla morte dello smartphone. Questo fa sì che non esistano più pensieri individuali, ma scuole di pensiero. O stai da una parte o stai da quell’altra. Sennò, di nuovo, è meglio che stai zitto. Se per caso sposi una giusta posizione della fazione uno, pur non condividendo il parere nella sua totalità, e ti trovi in perfetta sintonia con un altro punto della fazione due, anche se non approvi tutto il resto, puoi tentare di fare una sintesi delle due teorie inaugurando una fazione tre. Ma è operazione rischiosissima. Se non sei più che abile rischi di passare per voltagabbana o doppiogiochista ed essere linciato dagli haters. Dunque, ancora e per sempre, è meglio che stai zitto.

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In conclusione, chi ha pensieri articolati è consigliabile che si astenga dai commenti in Rete, a meno che non abbia molto tempo a disposizione per ribattere punto su punto o se ne freghi di conquistare like. Il peggio di questo dogmatismo “virtuale” è che ha influenzato anche le discussioni e le relazioni “non virtuali”. Tutti si sentono in dovere di prendere posizione. E di prenderla in modo nettissimo. Così è successo che svariate star del cinema, sull’onda dello tsunami anti-molestie del #MeToo, abbiano deciso a un certo punto, e dopo un passato da muse e protégé, di voltare le spalle a Woody Allen, per sostenere la tesi dell’abuso rispolverata di recente dalla figlia Dylan. Abuso per il quale il regista era già stato indagato e scagionato per mancanza di prove, mentre i suddetti attori firmavano contratti e calpestavano tappeti rossi tenendo a braccetto il presunto pedofilo. Mi chiedo come si comporteranno ora che Moses, l’altro figlio adottivo, non solo ha ribadito l’innocenza del padre, ma svelato in una confessione shock che il vero mostro sarebbe la madre Mia Farrow. Chi ha ragione? Mi avvalgo della facoltà di non esprimere pareri, esercitando il beneficio del dubbio. Benefit straordinario caduto ormai in disuso.

Woody Allen e Mia Farrow.
Getty Images

Da quando schierarsi è diventato obbligatorio e indice di certa levatura, dubitare è scaduto da virtù dei saggi (so di non sapere) a vizio dei deboli. Insieme a tante altre virtù: conoscenza, esperienza, umiltà. E tutto è frutto di quella dittatura della maggioranza (poco autocritica e assai pecorona) di cui parlavo all’inizio. Tra i vari equivoci che ha generato, un altro mi sembra pericolosissimo, e cioè che il popolo sia sovrano, sempre e comunque, e meglio dell’élite (intesa come “gente che ne sa”). E pure che l’onestà valga su tutto. Basta essere onesti per governare un Paese. O una città. O quel che è. La padronanza della materia è un optional. E guai a chi la pretende. Ma questa è un’altra storia.

Scrivete a Maria Elena Viola, direttore di Gioia!: direttoregioia@hearst.it

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