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Come Scandal ha fatto la rivoluzione (nascosta sotto strati di corna, pianti e bigodini)

Noi donne siamo bravissime a nascondere le ribellioni tra 
i bigodini

Getty Images

È impossibile ricordarsi cosa fosse successo (in ogni puntata c’erano duecento colpi di scena), e perché Olivia e Jake fossero fuggiti dalla pazza Washington e finiti su una spiaggia, ma era l’inizio della quarta stagione, e anche le più restìe di noi capirono che Scandal, apparentemente una follia in cui l’amante del presidente uccideva il vicepresidente colpendolo con una sedia e nessuno s’insospettiva, era una serie realista sui dettagli importanti: l’Olivia che avevamo fin lì visto a Washington, perfetta come sappiamo esserlo sul lavoro, perdeva evidentemente dal parrucchiere persino più tempo di noi; l’Olivia in spiaggia era impresentabilmente riccia.

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Adesso che negli Stati Uniti è andata in onda l’ultima puntata, e Scandal è finito per sempre, ora si può dire: è così che fanno le femmine. È così che ha fatto Shonda Rhimes, che in questi sette anni è passata da autrice qualunque (aveva già un colosso come Grey’s Anatomy, ma di Scandal le concessero comunque solo sette puntate di prova, «e poi vediamo come va»: tipico dei capi che pensano ti vada dato un contentino) a multinazionale: Netflix l’ha appena coperta di soldi per strapparla a Abc, rete sulla quale questa stagione aveva in onda cinque serie.

Kerry Washington protagonista di Scandal
Getty Images

È così che facciamo, mettendo i temi importanti dentro una soap opera con tutti i crismi, un colpo di scena al minuto e protagonista con labbro tremolante negata per la recitazione come non se ne vedevano dai tempi di Ciranda de pedra. Nascosti sotto strati di corna e pianti e implausibilità, c’erano la polizia che maltratta i neri e i ricatti sessuali sul lavoro, il problema delle armi da fuoco e gli uomini che diffidano delle donne di potere. Ogni volta che un critico americano si vantava di non guardare Scandal, considerandolo uno sceneggiato non degno d’attenzione, mi ricordavo di quando Natalia Aspesi mi raccontò che a osare parlare d’aborto sui giornali, negli Anni 70, erano solo le riviste femminili: siamo bravissime a nascondere la rivoluzione tra i bigodini.

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