Cosa succede nella testa di una quindicenne nessuno lo sa, è come una scatola nera

Beatrice ha scelto di buttarsi giù, anche se a molti sembra impossibile che lo abbia fatto davvero: infatti all’inizio tutti pensavano che quello della stazione di Torino fosse un incidente, ma i gesti inconsulti sono mostri acquattati difficili da prevedere

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Shwa Hall / Unsplash

Cosa succede nella testa di una quindicenne nessuno lo sa. Puoi passare mesi interi a osservarla come fosse una cavia, studiandone le mosse e le frasi, i lampi e i blackout che si alternano dentro le iridi schive, i silenzi con cui vuole dire sbarrando la strada ma aspettando che l’argine frani, le risate improvvise che sanno di felicità duratura e sono invece fugaci e friabili, ma il mistero resterebbe fittissimo. Nella testa di una quindicenne succedono cose che neppure la quindicenne a volte capisce. Perché è un getto continuo di sguardi, emozioni, parole che la attraversano senza permesso. Non c’è modo di mettere ordine, tutto rimbalza e affonda e graffia con la potenza di un ordigno esplosivo. La logica latita. Le difese sono abbassate. Tutto è giga. La gioia, il dolore, la vergogna, la paura, la voglia - impellente, vorace, disperata - di piacere, condividere, uscire dall’aria viziata del sé, per respirare l’aria di tutti. Essere “gli altri”.

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Gli altri sono il veleno e l’antidoto. Gli occhi che ti guardano, il pubblico che ti applaude o ti butta giù dalla torre. Non sono quasi mai singole persone, sono “gli altri”, plurale, generico, un’entità astratta, anche se hanno facce e nomi o solo nickname. C’è poca capacità di discernimento in chi si sente “diverso” in un’età in cui diverso equivale a sbagliato. Il conformismo dà sicurezza. Il conformismo è una cuccia in cui rifugiarsi. Per questo, se gli altri sono stronzi o stupidi o cattivi, e il loro giudizio non vale un fico secco, fa niente. È proprio a loro che vuoi piacere, se tu da sola non riesci a piacerti.

Poi si cresce. E capita a volte che quanto più ti sei sentito sbagliato e diverso, escluso, nel momento in cui essere incluso ti sembrava l’unico modo per stare al mondo, tanto più forte diventi poi. Sopravvissuto, scaltro, attrezzato per affrontare qualsiasi colpo, senza cadere né chiedere scusa. Diverso per scelta. Migliore. Non si è mai gli stessi di prima quando si esce vittoriosi da quella tromba d’aria che è il crescere. Ti acchiappa a 11 anni e ti risputa a 18 scaravoltandoti come un calzino. L’importante è restare nel vortice, aggrappandosi a sedie tavoli rami uccelli scarpe mani angeli fulmini e arcobaleni che ci passano in mezzo, facendo lo sforzo di rimanere sospesi, vincendo il richiamo a mollare la presa, guardare in basso e buttarsi giù.

Beatrice ha scelto di buttarsi giù. Anche se a molti sembra impossibile che lo abbia fatto davvero. Con intenzione intendo, “scegliendolo”. Infatti all’inizio tutti pensavano che fosse un incidente. Lo zainetto troppo vicino al binario e il treno in corsa che la trascina via, all’alba di un giorno qualsiasi, nella stazione di Porta Susa a Torino, mentre aspetta il regionale che come sempre la porta a scuola. Però sul diario ha lasciato scritto «Sono troppo grassa, addio», come se quel corpo portato a fatica fosse una buon ragione per uscire di scena. Dicono che era una brava ragazza e che sembrava serena. Scherzava sui suoi chili di troppo, quando era triste cantava. Voleva diventare una star della lirica. Sognava e lottava per un peso diverso, perché non bastava l’autoironia e neanche tutti i gorgheggi del mondo, per rendere più sopportabile l’offesa quotidiana contro il suo aspetto “dif-forme”. Contrario alle regole. Materia da insulto.

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Beatrice cercava di restare tranquilla. Di dire e di dirsi che tutto era ok. Per non spaventare i suoi cari e anche, forse, perché ci credeva. La testa di una quindicenne è una scatola nera. Difficile raccapezzarsi e fare, a posteriori, il gioco delle colpe. Se qualcuno l’avesse ascoltata. Se qualcuno ci avesse parlato di più. I gesti inconsulti sono mostri acquattati che non è facile prevedere. Invece i mostri che scrivono «Non sapevo che farsi mettere sotto da un treno fosse un metodo rapido di dimagrimento» si possono fermare. Perché non vale sempre tutto. Aprire la bocca e sparare. In nome della libertà di espressione. Perché l’uccisione, per pallottole o frasi, per me è sempre reato.

Maria Elena Viola, direttore di Gioia! Scrivetemi a: direttoregioia@hearst.it

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