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Vacanze senza figli, ecco come è andato il mio weekend childfree

Se la partenza, anzi il pre partenza, è il momento più duro, subito dopo i giorni scivolano via a velocità raddoppiata:certo, sarebbe meglio non incappare in alcun inconveniente, perché quando si è lontani anche un acquazzone diventa subito uno tsunami

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E dunque ci eravamo lasciate in preda a quell'altalena di ansia e smania che precede, a meno che non siate persone sensatamente meno melodrammatiche, una vacanza, o per meglio dire un weekend, all'estero senza figli. Se ve lo state chiedendo, ebbene sì, alla fine da queste parti si è partiti, destinazione Finlandia, per un festival di musica pazzesco in quel di Helsinki, ma con lo sprint, almeno durante il viaggio fino al Malpensa, di chi si sta andando a togliere il dente del giudizio.

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In quelle che mi sono sembrate 48 ore per arrivare in aeroporto ho tentato di cullarmi in pensieri positivi, che ondeggiavano tra il magistrale esempio di quei meravigliosi genitori che sono Irina Shayk e Bradley Cooper e l'attrazione fatale che esercita su di me il civilissimo, verdissimo, costosissimo nord Europa. Se non fosse che al varco ci aspettava la mazzata del volo in ritardo. Inutile dire quanto brutta, in uno stato d'animo così precario com'era il nostro, sia stata questa notizia. Brutta al punto che, in preda a un'agitazione al limite dell'ipercinetico (nota a margine: salire e scendere le scale mobili in perfetto stile Rain man può essere un utile e salutare passatempo, se vi trovate di fronte a un'attesa di 4 ore) ho persino comprato una Settimana enigmistica nel tentativo di concentrarmi su qualcosa che non fosse la causa di quel ritardo (Guasto? Tempesta? Sharknado?). Però ho anche, e finalmente, tirato un sospiro di sollievo perché quantomeno non dovevo occuparmi anche della noia e dei pianti dei mie figli, comodamente parcheggiati al mare con i nonni.

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Alla fine siamo partiti, con la pressione bassa, la testa che girava e in grave carenza di zuccheri, l'areo ha ballato come un pazzo, io e mio marito con un sorrisetto quasi folle ad ogni vuoto d'aria fingevamo di discorrere del più e del meno, ma invece di parlare urlavamo e finivamo coll'essere smascherati nel nostro terrore, e dopo quelle che mi sono sembrate 72 ore siamo atterrati nel gelido (che i finlandesi, ho scoperto, amano l'aria condizionata più delle aringhe fritte) e bellissimo aeroporto di Helsinki. E da lì tutto, o quasi, è stato in discesa. Perché se anche per William e Kate, che hanno circa una dozzina di persone ad aiutarli, scarrozzare i pargoli in giro per il mondo è una mazzata, figurarsi per me. E quindi assaporare la libertà, che alla mezzanotte di un giovedì ad Helsinki è consistita in una cena a base di dolciumi, è stato da subito meraviglioso.

Marco Marmiroli

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Certo, nei, due, giorni successivi è capitato che guardando le famiglie finlandesi, che ovviamente sono composte da bambini iper educati e non urlanti, nemmeno nell'istante in cui madre o padre li pocciano in un mare gelido, che così si irrobustiscono, ci venisse un filo di magone. Ma grazie al cielo il Nord Europa è un luogo così civile che l'accesso ai festival è assolutamente proibito ai minori di 18 anni, quindi all'interno del Flow eravamo sì al riparo da spunti di nostalgia, ma non da quelli di reciproca gelosia per le frotte di bionditudine maschile e femminile iper cool che scorrazzavano da un palco all'altro. Occhiatacce alternate a parte, tutto è stato perfetto, spassoso e organizzatissimo, il concerto di Lana del Rey incredibile (con tanto di assalto coccoloso di un fan a cui lei ha reagito in maniera tenerissima), l'atmosfera tranquillissima, nonostante l'affluenza di decine di migliaia di persone (per dire, non abbiamo assistito non dico a una rissa, ma nemmeno a un mezzo diverbio tra ubriachi).

Flowfest

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Insomma, siamo arrivati all'ultimo giorno di «fuitina» del tutto rilassati, contenti e soddisfatti della decisone di essere partiti. E proprio lì, nel momento di massima goduria, il fato ha colpito, a tradimento. Perché se sapevamo benissimo che avremmo dovuto guardare i concerti di Goldfrapp e XX sotto quella che le previsioni annunciavano come «pioggia moderata», certo non eravamo minimamente pronti ad affrontare una tempesta finlandese. Roba che in 10 secondi ha oscurato il cielo, rovesciato sulle nostre teste secchiate d'acqua che pareva fossimo caduti nel mare gelido di cui prima, e scatenato il panico nel pubblico, che ha alle sette di sera ha iniziato a scappare nel più perfetto fuggi fuggi generale. Per intenderci, guardate qui sotto.

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Sono stata colta così alla sprovvista che non solo non sono riuscita a mettere in tempo l'inutile k-way, ma ero così scioccata anche dopo 5 minuti di acquazzone l'ho semplicemente legato intorno alla testa tipo foulard, mentre tra me e mio marito si svolgeva un dialogo che ricordo vagamente così: «Ti va se andiamo piano piano verso l'uscita?», dice lui mentre mi stritola una clavicola, «Sì, mi va molto, grazie». E tra fiumi di acqua che scorrevano a terra e fiumi di aitanti nordeuropei in fuga come noi, è finito il nostro festival e il nostro weekend da super giovani. Anzi, no: è finito con una sauna in hotel da anzianotti, per rimetterci in sesto. Se ho pensato, durante la tempesta, che non avrei rivisto più i miei figli? Ovviamente sì, sono stati 10 bruttissimi minuti. Ma una volta tornati a casa, dopo la meraviglia del rivedere e riannusare i pargoli, quando la maggiore ha iniziato a costruire capanne di lenzuola e cuscini in bagno, salotto e cucina e il minore, abituato da marsupiale dai nonni, ha preso a piangere disperatamente non appena uscivamo dal suo campo visivo, la thunderstorm non mi è sembrata, poi, così male.

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