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Come spiegare il terrorismo ai bambini: 3 modi per farlo senza turbarli

Come spiegare l'Isis e i recenti attentati a bambini e ragazzi? Ecco 3 consigli degli esperti per noi genitori, per vincere insieme la paura

Getty Images

Davanti al terrorismo e agli osceni attacchi dell'Isis, alle immagini trasmesse in tv - violente e quasi sempre incomprensibili per un bambino - un genitore si sente impotente.

Come faccio a rassicurare mio figlio? Quanto devo filtrare le notizie, come gliele spiego? Cosa gli racconto e cosa no? Noi abbiamo chiesto aiuto a una psicologa, a un pedagogista e a un insegnante, che ci hanno dato qualche suggerimento prezioso.

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1. Cosa dire. Il punto di partenza è spiegare i fatti ai bambini con la maggior calma e serenità possibile, senza raccontare bugie. Non bisogna girare attorno agli argomenti né sviarli. «I bambini in età prescolare non ci faranno domande chiare e precise, ma possiamo percepire il loro stato di confusione e trasmettere protezione. Può essere utile aiutarli facendo esempi personali: Anche a papà quando era bambino era successo di spaventarsi per...» spiega Cristiana Dentone, presidente della Società italiana di psicologia dell'emergenza. Diversa la questione con i bambini tra i 6 e i 10 anni: «A quell'età ci chiedono perché è successo; possono mostrare preoccupazione per i loro genitori o identificarsi con le vittime al punto da perdere fiducia e non sentirsi più tranquilli. Bisogna lavorare sulla comunicazione, lasciarli parlare, rispondere alle domande, spiegare bene la differenza tra Isis e Islam, accertarsi che abbiano compreso, ripetere anche molte volte gli stessi concetti».

2. Non solo a parole. «Può essere molto utile scrivere con i bambini una lettera, indirizzata a un amico lontano, o agli altri bambini del mondo; serve a mettere nero su bianco i loro timori. Oppure, in alternativa, prendere parte ad una manifestazione, fare un murales. Vanno invece evitate le immagini di violenza che per loro possono essere traumatiche». Importante: con i bambini non bisogna mai parlare di numeri (quindi niente "conta" dei morti o dei feriti!) ma di storie. Come quella del bambino del campo profughi di Idomeni che tiene in mano un cartello in cui dichiara il suo dispiacere per i fatti di Bruxelles. «Tutto questo serve a elaborare le paure, e, parlandone, ad allontanarle», ci spiega Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti.

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3. La forza del gruppo. «A scuola, prima ancora di usare i quotidiani ho fatto parlare i ragazzi musulmani. Un mio alunno ci ha detto: "Sono scappato dai talebani perché se fossi rimasto nelle campagne di Kabul mi avrebbero reclutato": una frase molto semplice, che vale più di mille discorsi complicati», ci racconta il professor Eraldo Affinati che ora insegna allaPenny Wirton, scuola di lingua italiana per stranieri presente in diverse città d'Italia.

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