5 miti da sfatare prima di parlare di (dis)uguaglianza razziale con i propri figli

I bambini non sono “colorblind”, ovvero notano le differenze di colore della pelle. E, sì, è necessario rispondere a tutte le loro domande

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Gades Photography / Unsplash.com

È vero che i bambini non badano al colore della pelle altrui? E che non conoscono differenze etniche? Spiegare il razzismo ai figli è qualcosa di molto complesso, non c’è ombra di dubbio. Ma (più di) un luogo comune andrebbe comunque sfatato, perché – sì – i bambini riconoscono le differenze etniche anche quando, barriera linguistica a parte, trovano il modo per comunicare e farsi capire da chi ha la pelle di colore diverso. Secondo Gina Parker Collins, scrittrice e consulente familiare, “sono le conversazioni oneste sulle differenze etniche ad avere un impatto positivo sui bambini, onorando così le loro osservazioni e le loro prime esperienze, oltre a prepararli a riconoscere le ingiustizie sociali che affliggono la società”. I primi ad avere quindi idee poco chiare in fatto di differenze razziali, specialmente se applicate all’infanzia, sarebbero proprio i genitori ed è necessario, a detta della Collins, eliminare a priori ogni luogo comune e scusa con cui gli adulti evitano di parlare di razzismo con i propri figli. L’esperta ne elenca cinque.

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1. “I bambini non notano le differenze etniche”

Tutt’altro. La ricerca dimostra che i bambini le notano eccome, le differenze etniche. Non sono affatto “color blind”, ovvero ciechi davanti a un colore di pelle che non è simile alla propria. La ricerca del Dott. Phyllis Katz citata in “See Baby Discriminate” dimostra che i bambini bianchi entro il terzo anno di vita mostrano preferenza verso amici della stessa identità etnica. Cosa dire allora ad un bambino che si domanda perché la propria pelle è diversa da quella altrui o viceversa? L’esperta suggerisce una frase semplice ma d’effetto: “Siamo tutti uguali: il colore della pelle non indica che uno sia più bravo o più cattivo dell’altro”.

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2. “Parlare di razza crea ragionamenti razzisti”

Evitare di parlare di una piaga sociale quale il razzismo non fa altro che nutrire stereotipi e generalizzazioni. Un bambino necessita di dialogo tanto quanto può averne bisogno un adulto. Se i più piccoli provano quindi a sollevare la questione, inutile rispondere dicendo che delle differenze di razza non bisogna parlare. Piuttosto, mostratevi interessati a quanto dice, suggerisce di nuovo la consulente familiare.

3. “Vivere in contesti multietnici è abbastanza”

“See Baby Discriminate” presenta anche lo studio del Dott. Birgitte Vittrup, che ha preso in esame cento famiglie texane che vivono costantemente a contatto con altre etnie. Ebbene, vivere in un contesto multietnico non basta. È necessario leggere e informarsi per poter affrontare l’argomento dell’uguaglianza razziale con i propri figli. E invece che tagliare corto dicendo “Siamo tutti uguali”, tanto meglio spiegargli che “si è tutti uguali, ma talvolta nel mondo le persone vengono ingiustamente trattate in modo diverso in base al colore della propria pelle”. E per incentivare i bambini al ragionamento, si può porre loro una domanda: “Cosa possiamo fare secondo te per far sì che nella nostra famiglia nessuno venga giudicato sul colore della propria pelle?”

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4. “Mio figlio ha fatto un commento razzista. Significa che sono un cattivo genitore?”

Il razzismo è un sistema diabolico che si insinua in modo latente per poi avere effetti negativi su individui e istituzioni. “I genitori non devono sentirsi in colpa per i commenti razzisti dei propri figli”, spiega Gina Parker Collins. Piuttosto, “che la si veda come un’opportunità per avere una conversazione che prenda in esame la fonte del commento”. Così, invece che confrontarsi con altri genitori esordendo con “Mio figlio ha fatto un commento razzista così brutto che non voglio neppure ripeterlo” provate dicendo “Mio figlio ha iniziato a notare l’inuguaglianza sociale ed ha detto X. Tuo figlio si è mai comportato così? Come hai reagito?”.

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5. “Non ho una risposta a tutto”

Che non si può avere una risposta a tutto è vero, ma non è una scusa per non parlare di (dis)uguaglianza razziale con i propri figli. La conversazione può prendere una piega diversa dal solito, essere lenta e ragionata. Gina Parker Collins suggerisce una risposta più efficace: “Questo è qualcosa che gli adulti non hanno ancora mai compreso. Capiamone di più insieme”. Se è vero che questi discorsi avranno sempre un sapore amaro e incerto, è anche vero che sono tanto necessari quanto salutari: può volerci coraggio, ma i figli saranno (quasi) sempre un riflesso di quanto e come seminato in loro. E i fiori del loro giardino, il più delle volte, sono anche lo specchio della spensieratezza con cui vengono educati al concetto paradossale di “diversità”.

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