Il design sostenibile spiegato a mia mamma che crede che il Salone del Mobile 2018 sia un grande salotto

In attesa del Salone del Mobile (e del FuoriSalone), il quesito fondamentale è: davvero abbiamo ancora bisogno di oggetti?

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Breather / Unsplash.com

Abbiamo ancora bisogno di nuovi mobili, lampade, tappeti nell'epoca della sostenibilità, del riciclo, delle lotte antispreco? Mentre Milano sta, come ogni anno, per essere festosamente invasa da oggetti e accessori legati al design per l’attesissimo Salone del mobile (dal 17 al 22 aprile è la Milano design week), contro l’avanzata del superfluo qualcosa nel mondo si muove. Già otto anni fa l’americano Dave Bruno, un consumista come tanti, lanciò The 100 things challenge, la “sfida delle 100 cose”, quelle a suo avviso davvero necessarie per vivere. Da lì un blog, poi un libro bestseller, oggi un movimento che continua a registrare nuovi adepti.

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Perché secondo Bruno le cose ci influenzano, e se sono troppe ci affaticano; per essere felici, meglio conservare solo ciò che ci fa battere il cuore. Tutto il resto si può buttare, senza rimpianti. Tesi non distante da quella di Emilio Genovesi, per anni direttore della Domus Academy e oggi ceo di Material ConneXion, il più importante network di consulenza sui materiali e i processi produttivi sostenibili, presente quest’anno alla Milano Design week con i progetti Material village e Smart city. «Il futuro dell’economia è circolare. Grazie alla tecnologia oggi si può riciclare il materiale di un oggetto per farne altri nuovi di zecca». Il che non significa, però, essere liberi dalla schiavitù delle cose. Continua Genovesi: «Sono tanti i motivi per cui abbiamo ancora bisogno degli oggetti, a partire dai rituali e dai legami affettivi, proprio come con le persone in carne e ossa». Ma superato lo scoglio emotivo, si può veleggiare sereni verso il riciclo: «Filiere di questo tipo esistono già da anni per alluminio, carta e vetro. La novità è il mondo della plastica: oggi la maggior parte dei maglioni in pile sono ricavati dal pet delle bottiglie e le scarpe da running dai rifiuti plastici pescati negli oceani».

Non solo. Per ridurre la saturazione da prodotti, prestigiose aziende di design stanno sempre più investendo sulle bioplastiche. Materiali ecosostenibili e biodegradabili ricavati da scarti vegetali (buste della spesa dal mais) e animali: spetta a una studentessa di design del Royal College of art di Londra il primato di avere ricavato dal latte una plastica modellabile. Ci provano anche grandissimi nomi come Kartell o Flos che oggi, per esempio, produce la lampada Miss Sissi (disegnata da Philip Starck nel 1991) con un polimero ottenuto dagli scarti di produzione dello zucchero da canna.

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«Dare una seconda vita agli oggetti è una tendenza estremamente attuale e al passo con i tempi. Meno accumulo, più responsabilità», sottolinea Cristiano Mino, product designer a Milano, per 15 anni responsabile del Centro stile Technogym: «Ho deciso di continuare a fare questo mestiere solo quando ho incontrato, per caso e dall’altra parte del mondo, un’azienda la cui priorità è il rispetto per l’ambiente». Per la SportsArt di Taiwan Mino sta disegnando attrezzature, come il tapis roulant Verde, capaci di creare energia elettrica a costo zero a partire dallo sforzo di chi già si allena: succede già, per esempio, alla Eco Gym di Rochester, New York.

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E se alla sostenibilità dei materiali e dei processi produttivi si aggiunge quella di un’intera comunità il design diventa un efficace strumento di riscatto creativo. «Progettiamo sistemi di relazioni, non più solo oggetti», racconta Giulio Vinaccia, designer di brand illustri come Momo, Ferrari e Piaggio, che da 25 anni si occupa in maniera sistematica di design per lo sviluppo, dalla Colombia all’Algeria, dal Madagascar alla Giordania. Il suo compito, anzi, la sua missione: coordinare istituzioni e maestranze locali per trasformare oggetti della cultura artigianale in prodotti con appeal da design internazionale. È il caso del progetto Tsara, con cui nel 2016 ha vinto il Compasso d’oro insieme al fratello Valerio e all’Unido (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale); una collezione di arredi e accessori moda realizzata dalle donne del sudest del Madagascar, che lavorano senza diritti nei campi per meno di otto dollari al mese, insieme a disabili e artigiani che riciclano metallo dai fusti del petrolio nel sobborgo più povero della capitale Antananarivo. «Siamo partiti dall’abilità delle donne d’intrecciare fibre naturali come paglia e rafia per realizzare borse e arredi, sedie per esempio, in vendita da maggio in Italia nei negozi Coin».

Grazie al finanziamento dell’ambasciata norvegese in Madagascar, il progetto ha previsto anche assistenza sanitaria e alimentare, formazione per i bambini e un master per i designer malgasci di domani: «Una vera contaminazione con il resto del mondo, dalla cucina etnica agli oggetti di design», continua Vinaccia, che avvia instancabile nuovi, affascinanti progetti di riciclo e design virtuoso nei Paesi in via di sviluppo. Da una collezione di moda ad Amman alle ceramiche tunisine, dalle borse in plastica riciclata del Cairo alle poltroncine di Nablus in Palestina, sempre tenendo conto dei lavoratori e dei loro diritti: il design non è più solo un “pezzo” originale da esporre in salotto.

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